Musica per dirlo

https://www.youtube.com/watch?v=eJy5RKvh7_g

Certi brani musicali, come questo di Luke Howard che propongo all’ascolto, sanno essere metafore eloquenti per un pensiero, un’emozione, un’esperienza, un ricordo, un momento preciso… e tanto altro ancora.
Propongono scenari che sanno rispecchiare bene qualcosa della nostra interiorità. Di qui la risonanza che avvertiamo.
Le note che li compongono trovano ispirazione dai nostri vissuti e noi da loro in uno scambio virtuoso. Con chiarezza sanno esprimere l’essenza di quel che si vorrebbe “dire”. Spesso accade che in essi si trovi qualcosa che ci riguarda. E così, grazie ad essi, ci si ritrovi un poco.

Un meraviglioso dono di cui avere cura

Nel prepararmi a ciò che mi attende vi lascio una piccola fogliolina di pensiero poggiata su un immenso parco.
Pensavo alla nostra meravigliosa lingua, l’Italiano, e non a caso mi è venuto in mente Dante. Lui è riuscito ad innalzarla sino alle porte del Paradiso, e non solo in senso stretto.
Un poema il suo da onorare leggendolo, parlandolo, ascoltandolo, respirandolo come musica per le orecchie di tutti, e proprio perché prima che capito, chiede di essere sentito.

E così, se dovessi immaginare come tradurre in musica certi formidabili passaggi della Commedia, li penserei vestiti della melodia di questo straordinario brano – tratto dall’opera lirica di Camille Saint-Saëns ispirata al noto episodio biblico di Sansone e Dalila -, cantato magnificamente da Elīna Garanča.

Buon ascolto e a tutti un felice prosieguo d’estate.

 

 

È la musica ancora una volta a parlare

Le parole nascono dalla musica.

Chissà se tutti sapevano che più antica della parola è la musica🎶. Afferma Jeremy Montagu, ricercatore dell’Università di Oxford che la capacità degli ominidi di emettere suoni a intonazione variabile prova che la musica apparve prima della parola. Dunque l’una, come ho potuto nel corso della mia vita sperimentare tante di quelle volte, è collegata all’altra.
Dalla musica alle parole e ritorno.
Noi parliamo attraverso la musica e spesso diciamo cose anche molto buone, così come siamo in grado di comporre sinfonie con le parole. Ascoltare un brano musicale è un po’ la stessa cosa che leggere un libro. Una voce si esprime davanti alle nostre orecchie, quella del musicista in tal caso e sempre una voce si esprime dinnanzi ai nostri occhi, quella dello scrittore nell’altro.
È affascinante questa cosa, non trovate?
Si dice “leggere la musica “ no?, come naturalmente si legge un testo scritto. Le parole, la musica…parole come musica e musica in parole.
Ed è così che una persona parla, racconta un fatto, un evento, un sogno o un ricordo, e in quel momento compone e insieme suona una musica: la sua. Questa può risultare soave come sgradevole, avvolgente come soffocante, togliere il fiato, o donare respiro. Mi ha sempre particolarmente attratto questo fatto: l’incredibile colleganza tra le parole e la musica.
Ascolto una musica e ci leggo una storia, allo stesso modo mi dispongo all’ascolto del paziente e sento musica, dove è intonata, dove lo è meno: la melodia  in quel momento di ciascuno di loro. Oppure ecco arrivarmi all’orecchio un rumore assordante, o un suono nuovo, …adagio, andante, allegro, qualsiasi genere di indicazione musicale di tempo ed espressione.

Ed ora un’altra piccola riflessione in divenire.
Non credo che il musicista nel momento in cui suona un pezzo abbia in mente esattamente cosa questo susciterà nell’ascoltatore. Lui mette a disposizione una storia, il finale è “a scelta libera” dei presenti. A qualcuno farà provare tristezza, a qualcun altro forza e speranza, ad altro ancora nostalgia e così via.
Qualcosa di simile ma anche diverso accade per un analista. Quel suo fraseggio, le parole che mette insieme una dopo l’altra per comporre un discorso non sono altro che il risultato di un lavoro a quattro mani con il paziente. Un po’ sue un po’ dell’altro. E l’amore per il proprio mestiere unito alla fiducia durevole nella capacità creativa dell’essere umano costituisce lo sfondo su cui, artista e spettatore, si incontrano.
Esiste al mondo così tanta bella musica! Perché non provare a comporne di buona con le parole?
Concludo accludendo un brano di Anthony Greninger intitolato A heavy heart, poichè trovo mostri molto bene cosa intendo dire con quel: È la musica ancora una volta a parlare.

 

“Sono qui”

Il nocciolo centrale di tutte le paure, in qualsiasi modo occasionate, siano esse fisiche, paure morali, che ne so, un attacco terroristico, o una frattura, una minaccia, insomma tutte le cose che ci possono nuocere hanno in comune un elemento originario, arcaico: si chiama abbandono. Perciò credo sia così, come dire, spontaneamente saggio, quel gesto che poi si traduce in due parole: “Sono qui”; d’altro canto è la frase che presumo pronuncino tutte le madri, sufficientemente sane, quando arrivano dall’altra stanza a rioccuparsi del neonato che si è svegliato strillando.
Se fossi una mamma fresca fresca di maternità, con che voce, con che parole mi rivolgerei al mio bambino/a? Mah, penso che le madri – anche i padri, ma le madri in maniera particolare – siano sanissimamente folli quando parlano a un neonato come se questo sapesse già parlare, mentre lui, il piccolino, ancora non spiccica una parola, però guai alla madre che non parla con questo prestito anticipato di fiducia: “Un giorno anche tu parlerai”.
Comunque sia, riprendendo l’esempio, la mamma che corre in soccorso del bambino piangente, appena nato, di poche settimane, pochi mesi e con il suono della sua voce esclama: “Sono qui bambino mio; sono qui! Sì, hai ragione, cattiva la mamma che è andata via, ma ora sono qui.”, da questa originaria fonte di rassicurazione è venuta fuori la mia intuizione cui all’inizio accennavo:
– “Ho paura dottore…”, mi sento dire un po’ di tempo fa, durante una seduta particolarmente tesa, ed io ho risposto: – “Sono qui”.

Il senso della Storia

Nel linguaggio comune, spesso per fretta espressiva, confondiamo Realtà con Verità.
La Realtà è materica, opaca, una roccia per fare un esempio; la Verità invece è la sintesi tra Realtà e parola, le parole che la descrivono, che la raccontano, la ricordano: questa è la Verità.
La parola però ha un dovere importante nei riguardi della Verità e cioè le parole per dire la Verità sulla Realtà devono essere le parole giuste, adeguate. Per questo alla fine la Verità, pur nascendo dentro ciascuno, è per tutti. In questo senso la Verità è un progetto di condivisione perché si presta a essere condivisa. La tenacia con cui si ricerca è speranza di condivisione.
La Realtà grezza senza le parole giuste che la trasformano in Verità fa nascere le guerre, mentre la Verità tende a costruire la pace, ma è fatica. Questo vale nella Storia grande dei popoli, degli Stati, ecc., ma vale anche nella Storia piccola (si fa per dire), quella individuale.
Occorre tempo e pazienza per costruire Verità pacificanti nell’animo nostro.
Ma che cosa ce ne facciamo di questa pace? Beh, la pacificazione serve alla sicurezza, nella pace c’è una certa sicurezza.
Chi con addosso un bel po’ di anni e la fortuna d’essere ancora al mondo, ce lo può raccontare cosa vuol dire uscire di casa, andare a scuola e non essere sicuri di poter rientrare perché c’è la guerra con i suoi bombardamenti; vedere uscire di casa il padre e non avere la garanzia di rivederlo: questa è la guerra. Ma anche le guerre interne all’animo nostro hanno bisogno di pacificazione.
Attenzione, la pace non da la felicità! Come dicevo la pace dona sicurezza, la felicità viceversa è misteriosa, non ce la da nessuno, ci arriva addosso. Qualcosa d’improvviso che ci passa davanti e se c’è abbastanza quiete nel nostro animo possiamo anche accorgercene ed agguantarla. Se abbiamo ragionevole competenza di pacificazione e di sicurezza prima o poi misteriosamente arriva la felicità, che non è garantita, né lo sarà mai, mentre la sicurezza dev’esserlo.
Questo è il senso della Storia.
La Storia ha bisogno di senso, cioè di significati condivisibili, dalla cerchia più strettamente personale a quella più ampia di quelli che incontriamo sul nostro cammino.

Un “piccolo” elogio alla parola

Tra le cose da salvare ci metto la nota a piè pagina che segue, firmata Sigmund Freud, espressione di un patrimonio culturale ed esperienziale degno di tutela.

Il chiarimento sull’origine dell’angoscia dei bambini lo devo a un maschietto di tre anni che una volta sentii dire alla zia in una camera al buio: “Zia, parla con me; ho paura del buio.” La zia allora gli rispose: “Ma a che serve? Così non mi vedi lo stesso.” “Non fa nulla – ribatté il bambino, – se qualcuno parla c’è la luce.” Egli dunque non aveva paura dell’oscurità bensì sentiva la mancanza di una persona cara, e riusciva a ripromettersi la tranquillità non appena avesse avuto la prova della presenza di essa.”

(Freud S. (1900-1905), Tre saggi sulla teoria sessuale e altri scritti, O.S.F. 4, Bollati Boringhieri, p.529)

Trovo questa riflessione d’una chiarezza e semplicità disarmanti.

Sono ormai un po’ di anni che sto esplorando questa possibilità. Mi riferisco all’uso “raffinato” della parola come mezzo per giungere al senso delle cose, dei fatti, della vita delle persone che incontro. Un esercizio né facile né scontato, ma meraviglioso.

I tic, i piccoli gesti del nostro quotidiano

– “Posso fare l’ipotesi che i tic, i gesti che lei quotidianamente deve sopportare, sono magici”, rispondo io.
Tutti i tic sono gesti apotropaici (l’aggettivo deriva dal greco apotrépein = “allontanare”), superstiziosi, scaramantici per dirla secondo linguaggio comune.
Ad esempio, (solo) se io faccio questo o quel gesto mi andrà bene l’esame, oppure non mi verrà la febbre, o la ragazza mi dirà di sì, ecc.
Sono per così dire, delle tasse pagate per procurarsi il diritto di qualche cosa di desiderabile che non è gratuito, pertanto lo devo pagare. Ed è una magia.
Oh, intendiamoci, di queste “magie” ne facciamo poi tutti quanti. Quando ci auguriamo “buongiorno”, “buonasera”, “arrivederci”, sappiamo molto bene che il nostro giorno futuro, la sera, o il prossimo appuntamento non sarà in relazione con la parola che ci scambiamo durante il saluto, tuttavia non oseremmo rinunciarvi, perché secondo il comune costume, insomma c’è poco da fare, è maleducazione non rispondere simmetricamente al “buongiorno”, “buonasera”, ecc.
Comunque sia, cosa c’è dietro? Eh, un pizzico di magia che quella parolina abbia il potere onnipotente in qualche modo di evitare il male. Poi sappiamo che non c’è correlazione, tanto più in senso stretto.
C’era una vecchia commedia di De Filippo che intitolava così: “Non è vero…ma ci credo” perché? … porta bene; ecco i tic sono qualcosa del genere solo che sono dei rituali, ma rigorosamente personali, poiché a un tic non rispondiamo con un contro tic, lo accettiamo così com’è. Ma, sapete, i tic sono tenaci, come tenace è ogni costrutto ossessivo (a partire dal lavarsi dieci volte le mani), difficilmente mollano la presa.
È certo che chi ne ha di tic non ignora di averne, per cui tendo a non interpretare tanto il suo carattere magico, quanto piuttosto la vergogna che inducono, visto che spesso bene o male vengono vissuti con un certo grado di imbarazzo. Per quale ragione mai? Perché, forse coloro che ne subiscono pesantemente la tirannia lo avranno notato, più ci se ne vergogna più il tic si fa insistente.
Mi capita di porgere questa domanda in tali situazioni: “Per caso ha notato che ci siano delle situazioni più specificamente ansiogene che incrementano i tic che viceversa CI lasciano in pace?”
Sì alle volte, trovo conveniente usare il “NOI”, magari appunto attraverso il “CI lasciano in pace” per segnalare che NOI esseri umani per quanti siamo, possiamo andare incontro a queste cose, compreso il tic. E se allora è una cosa umana, forse forse la morsa della vergogna potrebbe anche mollare un po’ la presa. Perché se è così, potremmo anche dire: ogni essere umano ha i suoi di tic, anche se non hanno la stessa forma; anche la depressione è un tic di più lunga durata si capisce, non è un gesto fisico, ma è un gesto psichico.
Quindi, NOI non è che siamo sani quando siamo perfetti, lo siamo quando le nostre capacità, competenze, forze sono più forti delle nostre debolezze.
L’inconscio, di cui i tic ne sono una manifestazione, non è una mostruosità; anche se ospita mostruosità qua e là è squisitamente umano.

Quando finisce un amore…

Quando si lascia un uomo o una donna che ci amano ancora, mentre noi più, ecco qui spesso incontriamo un fenomeno assolutamente comunissimo: mettere colpa al posto del dolore.
Adesso, per spiegarmi recito la parte di colui/ei che avendo lasciato non è ancora capace di dire quello che adesso io dirò, ma non ho altro mezzo per spiegarmi meglio.
Caro/a compagno/a mi dispiace tanto, ma veramente tantissimo perché quando ci siamo incontrati non è stato il dottore o il carabiniere a metterci insieme. Ci siamo messi assieme perché ci volevamo bene e volerci ci faceva stare bene. Ora però per onestà, come faccio a fare finta?! Non conviene neanche a te aver accanto una donna (o uomo) che finge, che recita un amore che non c’è più…e questo mi dispiace tantissimo.”.
Ecco il punto, questo è un dolore sano, mentre la colpa è nevrotica poiché si fonda sul potere di cambiare il cuore, costringendolo a battere per qualcuno per cui ha smesso e magari da un bel po’.
Per questo spesso in simili frangenti ci sono persone che “si sforzano” e non poco alle volte.
Il perdono presuppone la colpa. Prenderlo dall’esterno, beh, qua e là può anche servire, in ogni modo i bambini hanno diritto d’essere perdonati, cioè di ricevere comunque il regalo (per-donare vuol dire regalare) che poi è l’amore, anche dopo aver fatto cose sbagliate e da rimproverare. L’adulto, invece, se non impara a perdonarsi da solo non è efficace il perdono che gli viene dall’esterno.
Non a caso nella religione cristiana il Perdono si chiede a Dio; Lui è così grande e onnipotente che può perdonare (lavare via i peccati), ma noi come facciamo?
Siccome tu sei peccatore (colui che lascia) e io (colui che viene lasciato) non posso “perdonarti”, allora fingo di perdonarti tentando nel frattempo di rassegnarmi ai fatti. Insomma sulla scena descritta, il pericolo è che da una parte ci sia un’esibizione di sovrana capacità di perdono che è poco realistica in quanto, come dicevo poc’anzi, solo il Padre Eterno può arrivare in questo modo. Dall’altra parte c’è comunque la colpa perché perdono e colpa sono collegati: l’uno ratifica l’altro e viceversa.
Quello che sembra mancare tanto spesso invece, su queste scene di crisi amorose, ciò che fa difetto è il DOLORE SANO. Esso ci fa dire: “Mi dispiace tanto, ma tanto sai, ma non ti incolpo e non m’incolpo”, anche in virtù del riconoscimento che l’Amore è qualcosa di ampiamente misterioso.
Noi possiamo decidere di annaffiare e concimare la rosa che abbiamo nel vaso con la terra, ma non siamo noi a decidere se la rosa crescerà o fiorirà.
Insomma è in questione il riconoscimento di un discreto grado di passività di fronte al sentire. Poi, certo il coltivare quello sì è un atto di volontà, perché bisogna pur coltivare la rosa se vogliamo che continui a crescere e fiorire, ma questo è altra cosa. Noi abbiamo il potere di coltivare non quello, per così dire, di afferrare la piantina piantata nel vaso e tirarla su con le nostre mani. Non c’è costrizione.
L’amore inteso come sentimento non può essere comandato. Comandata può essere la cura, l’accudimento, la nutrizione; il Sentire non è ne merito ne demerito: è un miracolo.
Unico dovere che abbiamo semmai è quello di riconoscere la natura del sentire e rispettarla, e dentro di noi e dentro il nostro prossimo.

Arrivederci