Un meraviglioso dono di cui avere cura

Nel prepararmi a ciò che mi attende vi lascio una piccola fogliolina di pensiero poggiata su un immenso parco.
Pensavo alla nostra meravigliosa lingua, l’Italiano, e non a caso mi è venuto in mente Dante. Lui è riuscito ad innalzarla sino alle porte del Paradiso, e non solo in senso stretto.
Un poema il suo da onorare leggendolo, parlandolo, ascoltandolo, respirandolo come musica per le orecchie di tutti, e proprio perché prima che capito, chiede di essere sentito.

E così, se dovessi immaginare come tradurre in musica certi formidabili passaggi della Commedia, li penserei vestiti della melodia di questo straordinario brano – tratto dall’opera lirica di Camille Saint-Saëns ispirata al noto episodio biblico di Sansone e Dalila -, cantato magnificamente da Elīna Garanča.

Buon ascolto e a tutti un felice prosieguo d’estate.

 

 

È la musica ancora una volta a parlare

Le parole nascono dalla musica.

Chissà se tutti sapevano che più antica della parola è la musica🎶. Afferma Jeremy Montagu, ricercatore dell’Università di Oxford che la capacità degli ominidi di emettere suoni a intonazione variabile prova che la musica apparve prima della parola. Dunque l’una, come ho potuto nel corso della mia vita sperimentare tante di quelle volte, è collegata all’altra.
Dalla musica alle parole e ritorno.
Noi parliamo attraverso la musica e spesso diciamo cose anche molto buone, così come siamo in grado di comporre sinfonie con le parole. Ascoltare un brano musicale è un po’ la stessa cosa che leggere un libro. Una voce si esprime davanti alle nostre orecchie, quella del musicista in tal caso e sempre una voce si esprime dinnanzi ai nostri occhi, quella dello scrittore nell’altro.
È affascinante questa cosa, non trovate?
Si dice “leggere la musica “ no?, come naturalmente si legge un testo scritto. Le parole, la musica…parole come musica e musica in parole.
Ed è così che una persona parla, racconta un fatto, un evento, un sogno o un ricordo, e in quel momento compone e insieme suona una musica: la sua. Questa può risultare soave come sgradevole, avvolgente come soffocante, togliere il fiato, o donare respiro. Mi ha sempre particolarmente attratto questo fatto: l’incredibile colleganza tra le parole e la musica.
Ascolto una musica e ci leggo una storia, allo stesso modo mi dispongo all’ascolto del paziente e sento musica, dove è intonata, dove lo è meno: la melodia  in quel momento di ciascuno di loro. Oppure ecco arrivarmi all’orecchio un rumore assordante, o un suono nuovo, …adagio, andante, allegro, qualsiasi genere di indicazione musicale di tempo ed espressione.

Ed ora un’altra piccola riflessione in divenire.
Non credo che il musicista nel momento in cui suona un pezzo abbia in mente esattamente cosa questo susciterà nell’ascoltatore. Lui mette a disposizione una storia, il finale è“a scelta libera” dei presenti. A qualcuno farà provare tristezza, a qualcun altro forza e speranza, ad altro ancora nostalgia e così via.
Qualcosa di simile ma anche diverso accade per un analista. Quel suo fraseggio, le parole che mette insieme una dopo l’altra per comporre un discorso non sono altro che il risultato di un lavoro a quattro mani con il paziente. Un po’ sue un po’ dell’altro. E l’amore per il proprio mestiere unito alla fiducia durevole nell’essere umano costituisce lo sfondo su cui, artista e spettatore, si incontrano.
Esiste al mondo così tanta bella musica, perchè non provarci a comporne di buona con le parole.
Concludo accludendo un brano di Anthony Greninger intitolato A heavy heart, poichè trovo mostri molto bene cosa intendo dire con quel: È la musica ancora una volta a parlare.

 

“Sono qui”

Il nocciolo centrale di tutte le paure, in qualsiasi modo occasionate, siano esse fisiche, paure morali, che ne so, un attacco terroristico, o una frattura, una minaccia, insomma tutte le cose che ci possono nuocere hanno in comune un elemento originario, arcaico, si chiama abbandono. Perciò credo sia così, come dire, spontaneamente saggio, quel gesto che poi si traduce in due parole: “Sono qui”; d’altro canto è la frase che presumo pronuncino tutte le madri, sufficientemente sane, quando arrivano dall’altra stanza a rioccuparsi del neonato che si è svegliato strillando.
Se fossi una mamma fresca fresca di maternità, con che voce, con che parole mi rivolgerei al mio bambino/a? Mah, penso che le madri – anche i padri, ma le madri in maniera particolare – siano sanissimamente folli quando parlano a un neonato come se questo sapesse già parlare, mentre lui, il piccolino, ancora non spiccica una parola, però guai alla madre che non parla con questo prestito anticipato di fiducia: “Un giorno anche tu parlerai”.
Comunque sia, riprendendo l’esempio, la mamma che corre in soccorso del bambino piangente, appena nato, di poche settimane, pochi mesi e con il suono della sua voce esclama: “Sono qui bambino mio; sono qui! Sì, hai ragione, cattiva la mamma che è andata via, ma ora sono qui.”, da questa originaria fonte di rassicurazione è venuta fuori la mia intuizione cui all’inizio accennavo:
– “Ho paura dottore…”, mi sento dire un po’ di tempo fa, durante una seduta particolarmente tesa, ed io ho risposto: – “Sono qui”.

Il senso della Storia

Nel linguaggio comune, spesso per fretta espressiva, confondiamo Realtà con Verità.
La Realtà è materica, opaca, una roccia per fare un esempio; la Verità invece è la sintesi tra Realtà e parola, le parole che la descrivono, che la raccontano, la ricordano: questa è la Verità.
La parola però ha un dovere importante nei riguardi della Verità e cioè le parole per dire la Verità sulla Realtà devono essere le parole giuste, adeguate. Per questo alla fine la Verità, pur nascendo dentro ciascuno, è per tutti. In questo senso la Verità è un progetto di condivisione perché si presta a essere condivisa. La tenacia con cui si ricerca è speranza di condivisione.
La Realtà grezza senza le parole giuste che la trasformano in Verità fa nascere le guerre, mentre la Verità tende a costruire la pace, ma è fatica. Questo vale nella Storia grande dei popoli, degli Stati, ecc., ma vale anche nella Storia piccola (si fa per dire), quella individuale.
Occorre tempo e pazienza per costruire Verità pacificanti nell’animo nostro.
Ma che cosa ce ne facciamo di questa pace? Beh, la pacificazione serve alla sicurezza, nella pace c’è una certa sicurezza.
Chi con addosso un bel po’ di anni e la fortuna d’essere ancora al mondo, ce lo può raccontare cosa vuol dire uscire di casa, andare a scuola e non essere sicuri di poter rientrare perché c’è la guerra con i suoi bombardamenti; vedere uscire di casa il padre e non avere la garanzia di rivederlo: questa è la guerra. Ma anche le guerre interne all’animo nostro hanno bisogno di pacificazione.
Attenzione, la pace non da la felicità! Come dicevo la pace dona sicurezza, la felicità viceversa è misteriosa, non ce la da nessuno, ci arriva addosso. Qualcosa d’improvviso che ci passa davanti e se c’è abbastanza quiete nel nostro animo possiamo anche accorgercene ed agguantarla. Se abbiamo ragionevole competenza di pacificazione e di sicurezza prima o poi misteriosamente arriva la felicità, che non è garantita, ne lo sarà mai, mentre la sicurezza dev’esserlo.
Questo è il senso della Storia.
La Storia ha bisogno di senso, cioè di significati condivisibili, dalla cerchia più strettamente personale a quella più ampia di quelli che incontriamo sul nostro cammino.

Un “piccolo” elogio alla parola

Tra le cose da salvare ci metto la nota a piè pagina che segue, firmata Sigmund Freud, espressione di un patrimonio culturale ed esperienziale degno di tutela. 

Il chiarimento sull’origine dell’angoscia dei bambini lo devo a un maschietto di tre anni che una volta sentii dire alla zia in una camera al buio: “Zia, parla con me; ho paura del buio.” La zia allora gli rispose: “Ma a che serve? Così non mi vedi lo stesso.” “Non fa nulla – ribatté il bambino, – se qualcuno parla c’è la luce.” Egli dunque non aveva paura dell’oscurità bensì sentiva la mancanza di una persona cara, e riusciva a ripromettersi la tranquillità non appena avesse avuto la prova della presenza di essa.”

(Freud S. (1900-1905), Tre saggi sulla teoria sessuale e altri scritti, O.S.F. 4, Bollati Boringhieri, p.529)

Trovo questa riflessione d’una chiarezza e semplicità disarmanti. 

Sono ormai un po’ di anni che sto esplorando questa possibilità. Mi riferisco all’uso “raffinato” della parola come mezzo per giungere al senso delle cose, dei fatti, della vita delle persone che incontro. Un esercizio ne facile ne scontato, ma meraviglioso.

I tic, i piccoli gesti del nostro quotidiano

– “Posso fare l’ipotesi che i tic, i gesti che lei quotidianamente deve sopportare, sono magici”, rispondo io.
Tutti i tic sono gesti apotropaici (l’aggettivo deriva dal greco apotrépein = “allontanare”), superstiziosi, scaramantici per dirla secondo linguaggio comune.
Ad esempio, (solo) se io faccio questo o quel gesto mi andrà bene l’esame, oppure non mi verrà la febbre, o la ragazza mi dirà di sì, ecc.
Sono per così dire, delle tasse pagate per procurarsi il diritto di qualche cosa di desiderabile che non è gratuito, pertanto lo devo pagare. Ed è una magia.
Oh, intendiamoci, di queste “magie” ne facciamo poi tutti quanti. Quando ci auguriamo “buongiorno”, “buonasera”, “arrivederci”, sappiamo molto bene che il nostro giorno futuro, la sera, o il prossimo appuntamento non sarà in relazione con la parola che ci scambiamo durante il saluto, tuttavia non oseremmo rinunciarvi, perché secondo il comune costume, insomma c’è poco da fare, è maleducazione non rispondere simmetricamente al “buongiorno”, “buonasera”, ecc.
Comunque sia, cosa c’è dietro? Eh, un pizzico di magia che quella parolina abbia il potere onnipotente in qualche modo di evitare il male. Poi sappiamo che non c’è correlazione, tanto più in senso stretto.
C’era una vecchia commedia di De Filippo che intitolava così: “Non è vero…ma ci credo” perché? … porta bene; ecco i tic sono qualcosa del genere solo che sono dei rituali, ma rigorosamente personali, poiché a un tic non rispondiamo con un contro tic, lo accettiamo così com’è. Ma, sapete, i tic sono tenaci, come tenace è ogni costrutto ossessivo (a partire dal lavarsi dieci volte le mani), difficilmente mollano la presa.
È certo che chi ne ha di tic non ignora di averne, per cui tendo a non interpretare tanto il suo carattere magico, quanto piuttosto la vergogna che inducono, visto che spesso bene o male vengono vissuti con un certo grado di imbarazzo. Per quale ragione mai? Perché, forse coloro che ne subiscono pesantemente la tirannia lo avranno notato, più ci se ne vergogna più il tic si fa insistente.
Mi capita di porgere questa domanda in tali situazioni: “Per caso ha notato che ci siano delle situazioni più specificamente ansiogene che incrementano i tic che viceversa CI lasciano in pace?”
Sì alle volte, trovo conveniente usare il “NOI”, magari appunto attraverso il “CI lasciano in pace” per segnalare che NOI esseri umani per quanti siamo, possiamo andare incontro a queste cose, compreso il tic. E se allora è una cosa umana, forse forse la morsa della vergogna potrebbe anche mollare un po’ la presa. Perché se è così, potremmo anche dire: ogni essere umano ha i suoi di tic, anche se non hanno la stessa forma; anche la depressione è un tic di più lunga durata si capisce, non è un gesto fisico, ma è un gesto psichico.
Quindi, NOI non è che siamo sani quando siamo perfetti, lo siamo quando le nostre capacità, competenze, forze sono più forti delle nostre debolezze.
L’inconscio, di cui i tic ne sono una manifestazione, non è una mostruosità; anche se ospita mostruosità qua e là è squisitamente umano.

Quando finisce un amore…

Quando si lascia un uomo o una donna che ci amano ancora, mentre noi più, ecco qui spesso incontriamo un fenomeno assolutamente comunissimo: mettere colpa al posto del dolore.
Adesso, per spiegarmi recito la parte di colui/ei che avendo lasciato non è ancora capace di dire quello che adesso io dirò, ma non ho altro mezzo per spiegarmi meglio.
Caro/a compagno/a mi dispiace tanto, ma veramente tantissimo perché quando ci siamo incontrati non è stato il dottore o il carabiniere a metterci insieme. Ci siamo messi assieme perché ci volevamo bene e volerci ci faceva stare bene. Ora però per onestà, come faccio a fare finta?! Non conviene neanche a te aver accanto una donna (o uomo) che finge, che recita un amore che non c’è più…e questo mi dispiace tantissimo.”.
Ecco il punto, questo è un dolore sano, mentre la colpa è nevrotica poiché si fonda sul potere di cambiare il cuore, costringendolo a battere per qualcuno per cui ha smesso e magari da un bel po’.
Per questo spesso in simili frangenti ci sono persone che “si sforzano” e non poco alle volte.
Il perdono presuppone la colpa. Prenderlo dall’esterno, beh, qua e là può anche servire, in ogni modo i bambini hanno diritto d’essere perdonati, cioè di ricevere comunque il regalo (per-donare vuol dire regalare) che poi è l’amore, anche dopo aver fatto cose sbagliate e da rimproverare. L’adulto, invece, se non impara a perdonarsi da solo non è efficace il perdono che gli viene dall’esterno.
Non a caso nella religione cristiana il Perdono si chiede a Dio; Lui è così grande e onnipotente che può perdonare (lavare via i peccati), ma noi come facciamo?
Siccome tu sei peccatore (colui che lascia) e io (colui che viene lasciato) non posso “perdonarti”, allora fingo di perdonarti tentando nel frattempo di rassegnarmi ai fatti. Insomma sulla scena descritta, il pericolo è che da una parte ci sia un’esibizione di sovrana capacità di perdono che è poco realistica in quanto, come dicevo poc’anzi, solo il Padre Eterno può arrivare in questo modo. Dall’altra parte c’è comunque la colpa perché perdono e colpa sono collegati: l’uno ratifica l’altro e viceversa.
Quello che sembra mancare tanto spesso invece, su queste scene di crisi amorose, ciò che fa difetto è il DOLORE SANO. Esso ci fa dire: “Mi dispiace tanto, ma tanto sai, ma non ti incolpo e non m’incolpo”, anche in virtù del riconoscimento che l’Amore è qualcosa di ampiamente misterioso.
Noi possiamo decidere di annaffiare e concimare la rosa che abbiamo nel vaso con la terra, ma non siamo noi a decidere se la rosa crescerà o fiorirà.
Insomma è in questione il riconoscimento di un discreto grado di passività di fronte al sentire. Poi, certo il coltivare quello sì è un atto di volontà, perché bisogna pur coltivare la rosa se vogliamo che continui a crescere e fiorire, ma questo è altra cosa. Noi abbiamo il potere di coltivare non quello, per così dire, di afferrare la piantina piantata nel vaso e tirarla su con le nostre mani. Non c’è costrizione.
L’amore inteso come sentimento non può essere comandato. Comandata può essere la cura, l’accudimento, la nutrizione; il Sentire non è ne merito ne demerito: è un miracolo.
Unico dovere che abbiamo semmai è quello di riconoscere la natura del sentire e rispettarla, e dentro di noi e dentro il nostro prossimo.

Arrivederci

Considerare Freud superato è possibile?

Mah… superare Freud è così possibile che ha cominciato lui stesso a farlo.
Nella stanza dove lavoro c’è una vetrinetta, all’interno della quale sono poggiati 11 volumi. Il secondo volume già supera il primo, il terzo supera il secondo e così via. Naturalmente questo “superarsi” era veloce nei primi anni, tant’è che, se guardiamo le date di quei volumi dell’Opera Omnia di Freud stampigliate sul dorso, vediamo che solo negli ultimi anni, diciamo, ha scritto di meno, o meglio ha cambiato di meno perché a quel punto insomma ne aveva già fatta abbastanza di strada.
Lui ha sistematicamente superato se stesso, salvo poi alla fine dire: “Andate avanti voi”.
Perciò superare Freud è possibile, anzi auspicabile. Ma l’elemento insuperabile che dura attraverso i tempi e anche a certi analfabeti che non hanno mai letto un gran che riguardo a lui… critiche come queste: “Freud è superato, figuriamoci adesso.. gli psicoanalisti poi che ci mettono degli anni a curare le persone” si basano spesso su conoscenze limitate.
Anche Galileo ha superato la visione tolemaica. Il
firmamento, si chiama ancora così no, perché sta fermo. Copernico comincia a matematizzare, a vedere le cose in anticipo su quello che si può vedere con gli occhi; Galileo servendosi del telescopio scopre una cosa incredibile, altroché “firmamento”! Intorno al pianeta Giove ci sono dei satellitini che gli fanno il girotondo intorno. Questa scoperta che risale al 1610 fu di fondamentale importanza per l’imporsi della teoria copernicana del moto planetario. Lo ricordiamo, secondo la cosmologia aristotelica vi era un unico centro del moto (la Terra), attorno al quale ruotavano tutti corpi celesti. Il fatto che anche Giove possedesse dei satelliti, cioè che fosse anch’esso un centro del moto, se non era una conferma della teoria copernicana, confutava tuttavia quella tolemaica.
Anche adesso se noi facessimo un referendum – adesso c’è la mania dei referendum no? – con questa domanda al mondo intero: “ Tu pensi che la Terra sia al centro dell’universo e il cielo le ruota intorno, o viceversa, pensi che la Terra sia una trottola che gira intorno a sua volta al sole, che poi ecc. …?”, credo si scoprirebbe che ancora oggi una buona parte del mondo non è galileiana quanto ancora tolemaica
. Allo stesso modo, ci sono degli studiosi, studenti, psichiatri che possono anche leggere ma non si danno la briga di entrare nella struttura, nella filosofia del metodo freudiano e così tirano fuori dichiarazioni del tipo: “Il complesso Edipico sì…allora come facciamo con le coppie omosessuali?”
Mah, le coppie omosessuali – benedette anche loro purché sappiano amarsi – intanto si legano comunque due personalità troppo tra loro simili, reciprocamente identiche come identica la loro dotazione genitale anatomica. Dunque, perché si costituisca una
coppia degna del nome omosessuale occorre di là dalla identicità anatomica che ci sia una differenziazione delle funzioni.
A questo punto, altra punzecchiatina: “Ma come fanno a educare un bambino se sono due donne o se sono due uomini, omosessuali maschi?” Questa è una domanda assolutamente ingenua in quanto le coppie omosessuali hanno comunque una differenziazione interiore psicologica che è quella a contare.
Non ci si innamora dell’identico, ci s’innamora del complementare. Anche nella coppia omosessuale ognuno dei due termini, che si tratti di due donne o di due uomini, possono garantirsi reciprocamente: “Amore mio ti do quello che a te manca, tu mi dai quello che manca a me”.
Quanto al tirar su dei bambini – a parte il fatto che non è detto che gli orfani di madre o di padre che crescono con un genitore unico chiamato a svolgere entrambe le funzioni, siano esposti a rischi per questa ragione – nella coppia omosessuale uno dei due ha prevalenti inclinazioni maternali: tenerezza, dolcezza, consolazione, comprensione ecc., e l’altro/a ha prevalenti connotazioni paternali.
In che cosa sta la differenza delle specializzazioni? La mamma è
mammella e dunque tenerezza, dolcezza, nutrimento, calore, ecc.; il papà dunque cosa fa se è dello stesso sesso? Beh, la funzione paterna in una coppia omosessuale femminile viene svolta dall’altra persona che ha competenze di forza, coraggio, e sicurezza.
La mamma ripeto è la mammella, e la funzione paterna invece è quella che indipendentemente dal sesso di chi la esercita è fatta così: “Oh, guardatelo bene questo bambino/a, è il mio bambino/a; chi oserà torcergli anche solo un capello avrà a che vedersela con me”. E questa forza protettiva capace di opporsi ai pericoli del mondo grande non è una caratteristica sessuale o esclusivamente sessuale. Sì, di solito è così, ma la funzione paterna può essere svolta anche da una madre, così come la funzione materna può essere svolta anche da un padre.
Sono delle baggianate queste che vengono proclamate in giro sul superamento di Freud e che questi era adatto alla Vienna del primo ‘900, e basta. Sciocchezze!
Può anche essere che una coppia omosessuale abbia qualche difficoltà in più, sì è possibile, ma non è che le coppie eterosessuali possano vantare poi migliori garanzie di capacità parentale. Ne vedo tanti di genitori che non hanno
svolto bene la loro funzione.
C’è un esempio drammatico del nostro tempo, si riferisce al FEMMINICIDIO, a proposito se il complesso di Edipo serva o non serva a spiegare delle cose, ecc. .
Intanto osserviamo una cosa non trascurabile, che nel nostro Paese, mica in Talebania, ogni tre giorni c’è (anzi ultimamente anche più di frequente) un maschietto che ammazza la sua femminuccia che gli ha detto: “Guarda, basta così, io ti voglio lasciare”. Uno ogni tre giorni!
Quante sono simmetricamente le femminucce che in un anno, in questo stesso Paese ammazzano il loro marito o compagno che si è rivolto a loro dicendo: “Ti lascio, non ti amo più”, quante sono? C’è n’è una, quando dall’altra parte sono cento. Insomma, la femmina di homo sapiens è assassina un centesimo rispetto ai maschietti.
Quando poi questa femmina si sbarazza dell’incomodo marito con l’aiuto del nuovo amante, gallina beccami se sui giornali, ancora oggi non troviamo scritto: “
Gli amanti diabolici…”, come se dall’altra parte…insomma è “diabolica” la femmina quando ammazza, il maschio no. Ciononostante, lasciando perdere questo argomento, ce n’è un altro. Cosa dice il prossimo femminicida sulla scena stessa dell’omicidio?
– “No cara, io non posso vivere senza di te perciò tu non mi puoi lasciare, assolutamente.”
Tant’è che poi anche lì su un giornalismo da quattro soldi si parla di “
tragedie amorose”. Eh no, sono tragedie queste dove l’amore ha un’altra connotazione, insomma. Vero è che uno su cinque dei maschi assassini femminicidi delle loro donne, ruotata la pistola di 180gradi si spara e si fa fuori, dando testimonianza che era proprio vero che lui non sapeva vivere senza la sua compagna. Il che vuol dire che prendeva alla lettera, non come metafora… proviamo a pensare, cosa farebbe a una madre un neonato, bizzarramente capace di usare un pugnale o una pistola, che gli facesse capire: “Io ti lascio qui solo e me ne vado!”, eh, cosa farebbe quel neonato? Ucciderebbe la madre.
Quindi il femminicida è un “neonato” incapace di vivere senza la mamma, che si vendica senza saperlo, uccidendo realmente la propria “madre” ritenuta “cattiva”.
Pertanto, il complesso Edipico, cioè il fatto che ogni maschietto s’innamora e vuole “sposare” la propria mamma e non può sopportare ch’ella lo lasci; dall’altra ogni femminuccia s’innamora del proprio papà… ma qui possiamo rilevare una differenza importante tra i due bambini, il maschio e la femmina. Il primo amore, ma proprio amore, anima e corpo di tutti i maschietti è un amore eterosessuale: eh sì, la mamma! Diversamente, il primo amore per tutte le femminucce è un amore omosessuale. Questo dovrebbe bastare a togliere all’omosessualità la patente mostruosa di faccenda anti umana.
Senza Freud, dico senza Freud, le coppie omosessuali non avrebbero ancora trovato un certo grado di legittimazione (che non è comunque ancora compiuta); proprio grazie a lui l’Eros acquista una complessità storica che va oltre la biologia, per investire la psicologia.
E così non c’è il maschile ed il femminile l’uno contro l’altro armati, poiché da Freud in avanti sappiamo d’essere più maschi che femmine noi maschietti, più femmine che maschi noi femminucce.
Insomma, bisogna leggerlo Freud, bisogna studiarlo e meglio ancora praticarlo.
Che poi egli fosse anche figlio del suo tempo, voglio vedere come si fa a non esser figli del proprio tempo, solo che c’è chi riesce ad andare molto più avanti e c’è chi invece torna indietro, rispetto al proprio tempo.
In ultima battuta, si può dire che è anche in virtù di Freud e della sua
talking cure (cura attraverso la parola), che le donne hanno alzato la testa e gli uomini hanno abbassato la loro violenza.

Alla prossima.

P.S. Altro piccolo omaggio alla bellezza di uno dei miei ultimi maestri.