IL POSTO GIUSTO 

I primi tempi può capitare di essere un po’ spaventati all’idea di mettersi a pensare, insieme a un’altra persona, a se stessi, qualcosa a cui spesso non si era mai pensato prima. Ma se le cose vanno come dovrebbero andare, nel rispetto dei tempi di ciascuno, accade, dopo un po’, di sentire il calore di un offerta di accoglienza, tenerezza, amore e comprensione e che questo contribuisca a sciogliere le paure. Può sembrare strano, ma in quel momento l’analista può diventare, per chi ne abbia fatto richiesta, qualcuno a cui confidare le proprie preoccupazioni. Un ascoltatore attento e premuroso che cerca ogni volta di capire col sentimento di cosa si stia parlando. Ed è così che, raccontandosi a lui, la persona può capire molto meglio alcune cose di sé. 

Opera di Mojmir Jezek

Delle volte succede di restare in attesa fuori dalla loro porta un bel po’ di tempo prima che se la sentano di mettere fuori il naso e le orecchie. Di solito sono pieni di confusione, accerchiati da una moltitudine di sensazioni diverse, alcune più persistenti di altre, e pensieri come “voci”, dovunque. E lì mi capita di pensare: “Figuriamoci cosa succederebbe ora se avanzassi, forzando quella porta chiusa?”, mentre mi immagino piccolo al loro posto, con di fronte un gigante. Correrei senz’altro il rischio di spaventarli a tal punto che forse ne uscirebbero ancor più piccoli di quanto già non si sentano. A questo punto possono nascere delle specie di garbati inseguimenti ovunque queste persone tentino di nascondersi. Respiro sollevato, quando alla fine si riesce a giungere in un luogo più tranquillo e lì ci si ferma. Qui, mi succede di raccogliere delle testimonianze spesso complicate e commoventi, e molte delle cose che vi sono contenute scopro essere collegate a un forte senso di invisibilità, minaccioso e persistente tanto da assediare l’animo di questa o quella persona. 
“Mi sento invisibile per tutti – mi raccontano – non mi nota nessuno, neppure i miei colleghi al lavoro”. Così, pensano che se fanno qualcosa di cui gli altri non possono non accorgersi, come ad esempio chiudersi completamente in loro stessi oppure fare cose sempre più “sgargianti”, magari poi le cose cambiano. Tanto che domando loro: “E così funziona?”
“No”, mi sento rispondere di seguito ad un sospiro. Intendo dire che viene sgridato, sorvegliato il comportamento “sbagliato”, ma loro restano come trasparenti. Come se quella condotta fosse completamente slegata dalla persona che la mette in atto. Ascolto i loro discorsi e nel mentre penso ad un cane randagio e a come possa essere complicata la sua vita. 
Ad aggravare spesso la situazione, il fatto che tutte queste cose spesso acquistino con il tempo la forma di veri e propri segreti da custodire gelosamente; risultare l’unica persona da cui si sentono “visti”, che parla con loro e che gli presta attenzione è cosa che ne sottolinea i contorni. Pare che la gente attorno a loro sia sempre o al lavoro oppure abbia la testa tra le nuvole. “In che senso?” domando loro.
“Nel senso che c’è qualcosa sempre di più importante per cui non si accorgono minimamente di me”. Ripenso allora al lungo, talvolta, tempo trascorso insieme a loro, in cui mi trovavo a sentirmi come “oltrepassato” da fiumi di parole, un po’ come quando ci accade di ricevere una telefonata da sconosciuti che non finiscono più di parlarci di cose che dovremmo assolutamente comprare, ma di cui non abbiamo alcun bisogno; allo stesso modo mi sentivo costretto all’angolo da una moltitudine di parole che non andavano cercando un vero e proprio scambio. Spesso non venivo degnato neppure di uno sguardo. Penso a come questo mi faceva sentire, a come poteva essere un modo per “mostrarmi” cosa fosse capitato a loro. 
Talvolta mi raccontano di avere un rapporto disturbato con l’alimentazione, poi si scopre che la mamma (per non dire la nonna) diceva loro sempre che “con la pancia piena si ragiona meglio”. Cosa accade allora, – mi domando – a chi le “ragioni” (dell’altro) non le vuole più sentire? Digiuna, suppongo, come reazione plausibile. 
Forse preoccupazioni e problemi possono sembrare meno gravi, ma non ho mai saputo fino a qui, né mai verificato, che a pancia piena, i problemi si risolvono più facilmente. E’ con questi ospiti che si insediano dentro l’animo umano, diciamo scomodi e invisibili, che cerco di avviare un dialogo, se voglio provare ad aiutare la persona a far  “ritorno a casa”. 
Ricordo d’aver lasciato suonare il telefono tante volte, senza ricevere risposta; qualche volta compare qualcuno dall’altra parte, per poi sparire di nuovo. Chiedo aiuto al mio fiuto affinché possa suggerirmi qualche traccia utile. Altre volte non si riesce ad “acchiappare” nulla, con l’impressione di inciampare sempre nelle solite parole, evidentemente care al suo proprietario. Poi, spesso all’improvviso, qualcuno con voce tenue, quasi bisbigliando, dice qualcosa in più, ed è lì che compare ciò che prima di quel momento era “invisibile”. Ci vuole tempo perché queste “nuove” parole possano essere “viste in carne ed ossa”. E allora le guardiamo e riguardiamo meglio per accorgerci di loro, per prenderne confidenza. Sì perché quando si contemplano certe parole, accade spesso che esse interroghino noi, ci parlino: loro sì che sanno vederci! E prendersi cura di noi, meglio di come sappiamo fare con noi stessi.
Sentendo loro dare voce ai pensieri comincio a capire quanto debba essere difficile che nessuno si accorga di loro: compagni, colleghi, genitori, fidanzati..alle volte neanche un abbraccio. All’improvviso sento come rinnovata in me la voglia di pensare a loro con stupore e di aiutarli. Spesso questi sono momenti così “forti” che viene loro da piangere, mentre in me suscitano commozione. Le lacrime sgorgano talvolta silenziose come pioggia primaverile, altre con fragore a scorrere sul viso lasciando una sensazione di bagnato che inumidisce una seduta sino a quel momento svoltasi in un clima secco, quasi arido. Finito di piovere le cose si apprezzano veramente meglio e si vedono ritornare visibili con stupore e felicità. Li senti stringersi forte attorno a questo momento come se non volessero più lasciarlo andare. Ora che non sono più invisibili è possibile prendersi cura delle ferite che hanno reso necessario tutto ciò. 

Come ogni volta, cerco di raccontare tutto quello che riesco a capire. La parte migliore è che non so mai cosa verranno a dirmi ogni volta che li sento suonare al mio campanello. 

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