“Ho fatto un brutto sogno papà!”

Solitamente i bambini non hanno piacere di raccontare gli incubi o anche brutti sogni, quando capita loro di farne, preferiscono dimenticarli alla svelta. Non sanno che la maniera migliore per dimenticare il brutto sogno è proprio quella di raccontarlo a un papà, a una mamma in grado di non spaventarsene.
In quella occasione il genitore potrebbe rivolgersi al figlio più o meno in questo modo: “Se tu lo racconti a me vedi che io non ho mica paura del tuo sogno, e a quel punto te lo potrai anche dimenticare.”
Spesso proprio qui i bambini ci danno testimonianza di una cosa molto comune. La gente pensa che la cosa migliore da fare per dimenticare sia non parlare di ciò che ha spaventato, rattristato, o fatto soffrire: eh, non è così.
E’ solo il racconto che ci permette di archiviare questa o quella brutta vicenda. Se il “sogno” non viene archiviato continua a funzionare anche a occhi aperti.
Il racconto allora consente di rievocare il sogno attraverso le parole che il bambino racconta al papà; allo stesso tempo è tramite il racconto che ne fa ad occhi aperti e non sta più vedendo passivamente il suo sogno, ma lo sta raccontando appunto, proprio questo permetterà lui di archiviarlo. In fondo, se è un sogno e ne sto prendendo coscienza, non accade mica nella stanza!
Per la verità, come dicevo sopra, è un pregiudizio molto diffuso. Spesso si sente dire: “Meno ne parli meglio è, così te lo dimentichi”, eppure non è così. E questo naturalmente non vale soltanto per quel che concerne il sognare.
In ogni modo, il solo fatto che appena svegliato il bambino/a possa dire: “Papà, mamma ho fatto un brutto sogno!”, e un attimo dopo trovare accanto a lui un genitore tenero, affettuoso, rassicurante è poi questo quello che conta.
I bambini sono autorizzati a fare una differenza ancora un po’ fragile tra Sogno e Realtà. Un genitore sveglio, tranquillo che sa rassicurare il proprio bambino/a non è un sogno, è la realtà pertanto risulta di per se efficace.
– “Che poi se lo racconti il sogno tesoro mio, nel mentre, lo fai fare anche a me il sogno; allora non sarai più da sola davanti (che ne so?) al lupo che ti è capitato di sognare, ora c’è anche il papà qui, voglio vedere come se la cava il lupo che ti ha spaventato!”
In altre parole: “Che tu lo sappia, siamo tutti interessati, e dunque non sei sola/o”.
Perché è un peccato quando il bambino – poi poverino ha anche il diritto di difendersi come può – non riesce a raccontarci il suo sogno?
Perché intanto se l’avesse raccontato avrebbe fatto l’esperienza di che cosa vuol dire avere gli occhi chiusi, rispetto ad averli aperti, davanti a un papà o a una mamma che a sua volta hanno occhi e orecchie aperti, e avrebbe inoltre sperimentato il sollievo: “Ah papà che bello che ci sei tu: tiè brutto sogno!”
L’interpretazione psicoanalitica ha come modello il racconto del sogno. Non è che Freud lo dica esplicitamente, ma quando afferma che i sogni e la loro interpretazione sono la via maestra per l’inconscio in fondo sta dicendo la cosa più banale dell’universo; che nel momento in cui il sogno lo racconti a qualcuno, lo interpreti, nel senso che ha la parola interpretare.
In teatro no? l’attore recita, il sogno raccontato viene recitato. Mano a mano che il bambino/a recita, racconta il sogno del lupo, questi svapora, torna nel mondo ad occhi chiusi cessando di essere presente in quello ad occhi aperti.
E così: “Che sollievo papà!”.