…La vita ci chiama

Ci sono dei momenti in cui la vita ci chiama e lo fa nei modi più disparati.
Ci chiama perché possiamo prenderci cura di noi, occuparci di quel che, acquattato all’ombra della nostra presenza, ancora non sappiamo o non abbiamo compreso, o di qualcosa che non abbiamo mai espresso, né con noi stessi né, tanto meno, con gli altri. Sì, la vita ci avverte… Lo fa non più di 3-4 volte spalmate nell’arco di una intera vita. Ai più fortunati potrà capitare 7, forse 8 volte, ma non di più.
Da cosa possiamo comprendere e riconoscere questo “richiamo”? Come facciamo a capire che proprio a noi si rivolge? Quasi sempre da un disagio nascosto, da una sensazione di stanchezza, di svuotamento, o di insoddisfazione. Oppure l’occasione può venirci da una, più o meno improvvisa, importante perdita o dall’incontro con persone che ci parlano di cose a cui non avevamo magari prestato mai gran orecchio, o di argomenti che all’improvviso ci interessano, senza che mai prima avessimo sentito il bisogno di occuparcene. Talora è un amore inaspettato a richiamare la nostra attenzione, a tracciare la strada da percorrere, scombinando i nostri piani, fino anche a costringerci a fare bilanci. Magari un amore che non rientra nei canoni della persona a cui fino a quel momento ci credevamo interessati.
Insomma, la vita ci chiama per non farci essere come tutti gli altri (da non dimenticare che tutti siamo simili si, ma identici soltanto a noi stessi), per stare alla larga dai luoghi comuni, dai pensieri, dagli schemi precostituiti, da un passato quando aggrappato sul presente, che ci tolgono respiro, anni di vita gioiosa e soprattutto ci impediscono di vivere la cosa più preziosa che abbiamo: la nostra meravigliosa diversità.
Compito non comune e per nulla facile in un’epoca in cui tutti vogliono assomigliare a tutti, in cui il lifting tanto di moda, o i cosiddetti selfie (l’autoscatto) – che nel loro smodato uso sembrano essersi imposti come un vero e proprio comportamento sociale e di massa, peraltro pienamente in linea con l’era tecnologica in cui siamo immersi – ci stanno rivelando che essere autentici è diventata una cosa marginale.

La performance musicale che segue, del pianista e compositore italiano Ludovico Einaudi è dedicata a coloro che hanno pensato (anche se non sanno di preciso come) di fare qualcosa per se stessi. E’ un autore che ascolto e seguo volentieri; non saprei descrivere cosa precisamente renda sintonico il mio pensiero e sentimento in certe situazioni con la sua sensibilità musicale, eppure ho ritrovato delle congiunzioni felici in più di un’occasione, all’ascolto di certi suoi brani in grado di tradurre così bene miei pensieri in musica.
A ciascuno il proprio significato, fosse anche niente.

Buon ascolto!

Una mattina

La paura del buio

Nessun bambino, dico nessun bambino, ma non un neonato, intendo già con qualche annetto e anche più avanti (le bambine poi), entra volentieri in una stanza buia. Ci vuole la manona del genitore ad accompagnarlo/a. Perché?
Se il bambino fosse un adulto scienziato sarebbe tenuto alla neutralità scientifica del “se non vedo non vedo”, e invece no! Se non vedo perché è buio vedo il non, vedo il negativo. Così, il bambino non entra nella stanza buia da solo volentieri perché se non vede, vede “il lupo cattivo”.
E’ un po’ lo stesso principio per cui la “mamma assente” (in rif. alla posizione schizoparanoide di Kleiniana memoria), quindi non visibile in quel momento, la mamma buia per dir così, diventa una strega.
Il buio è l’assenza e l’assenza diventa presenza negativa. D’altra parte spesso nelle fiabe c’è un bambino che si perde nel bosco finché ad un certo momento vede un lumino, lontano lontano e finalmente indirizza i suoi passi verso quella luce che via via si fa sempre più viva e vicina. Ed è la salvezza, poiché finché c’è il buio c’è l’angoscia dell’abbandono.
Eh, siamo fatti così. Per questo – tornando a Freud, diciamo allo stato puro – l’inconscio è prevalentemente un luogo di fantasmi persecutori, perché se non lo conosco lo temo: c’è il lupo nell’inconscio.
Ho imparato a considerare l’interpretazione necessaria oltreché legittima, soltanto nei luoghi della sofferenza, in quelli bui, oscuri, paurosi; in quelli rischiarati dalla luce della felicità, di qualsiasi genere si tratti, non serve, rischia anzi sempre l’interpretazione, di risultare riduttiva.