“Sono qui”

Il nocciolo centrale di tutte le paure, in qualsiasi modo occasionate, siano esse fisiche, paure morali, che ne so, un attacco terroristico, o una frattura, una minaccia, insomma tutte le cose che ci possono nuocere hanno in comune un elemento originario, arcaico, si chiama abbandono. Perciò credo sia così, come dire, spontaneamente saggio, quel gesto che poi si traduce in due parole: “Sono qui”; d’altro canto è la frase che presumo pronuncino tutte le madri, sufficientemente sane, quando arrivano dall’altra stanza a rioccuparsi del neonato che si è svegliato strillando.
Se fossi una mamma fresca fresca di maternità, con che voce, con che parole mi rivolgerei al mio bambino/a? Mah, penso che le madri – anche i padri, ma le madri in maniera particolare – siano sanissimamente folli quando parlano a un neonato come se questo sapesse già parlare, mentre lui, il piccolino, ancora non spiccica una parola, però guai alla madre che non parla con questo prestito anticipato di fiducia: “Un giorno anche tu parlerai”.
Comunque sia, riprendendo l’esempio, la mamma che corre in soccorso del bambino piangente, appena nato, di poche settimane, pochi mesi e con il suono della sua voce esclama: “Sono qui bambino mio; sono qui! Sì, hai ragione, cattiva la mamma che è andata via, ma ora sono qui.”, da questa originaria fonte di rassicurazione è venuta fuori la mia intuizione cui all’inizio accennavo:
– “Ho paura dottore…”, mi sento dire un po’ di tempo fa, durante una seduta particolarmente tesa, ed io ho risposto: – “Sono qui”.