Una promessa che non può essere mantenuta

(Un po’ di teoria delle tecniche di comunicazione tra terapeuta e paziente nell’era delle connessioni veloci).

Penso che chiunque faccia lo stesso mio mestiere, abbia come principio generale quello d’essere disponibile per i propri pazienti, ma non onnipotente e nemmeno onnisciente, nel senso che il luogo della comunicazione è massimamente la “stanza delle parole”. Anche per le comunicazioni relative al setting, vale a dire “vengo…, non vengo..”.
Perché dico questo? Perché, anche una volta sottratta la quota mia personale di antipatia per i “messaggini” (pazienza), credo che la voce viva del telefono o anche del telefonino, sia quella che veramente CI DICE. Perché il tono della voce con cui la paziente dice: “Ma io vorrei disdire ecc.”… intanto le comunicazioni di mancata seduta è bene farle in viva voce. Seconda cosa, deve essere l’eccezione, e cioè: “Perbacco è crollato il ponte sul Po, eh come faccio ad attraversarlo ed essere in tempo alla seduta?!”. Insomma, normalmente “Non verrò venerdì alla seduta” per esempio, ci può stare (poi vedremo se va pagata o non va pagata ecc.), però è una comunicazione che andrebbe fatta di persona, faccia a faccia.
Ora non credo di esagerare, ma specialmente noi giovani terapeuti tendiamo a consentire credo – sicuramente anche per stare al passo coi tempi – un uso eccessivo di questi mezzi d’informazione. In che senso eccessivo? Perché la modalità “messaggio” ci mette di fronte al fatto compiuto. Mentre al telefono si può dire: “Senta, va bene, se lei dice che non può venire venerdì, io ne prendo nota, vuol dire che ci rivedremo lunedì”, col telefonino, arriva un messaggino, poi la tentazione è quella di rispondere con un altro messaggino, e poi cosa facciamo, come coi cioccolatini? Ora, già nutro qualche dubbio sull’utilità di certo messaggiarsi al posto che sentirsi in viva voce; può avere senso (relativamente) farlo tra persone amiche o legate da affetto, con i pazienti francamente preferirei di no perché fa una promessa, sì il telefonino contiene in se per tutta l’umanità badate bene, una promessa che non si può mantenere. La promessa è: “Io per te ci sono sempre”, che non è reale, non è realistico, tanto meno vero.
Ho saputo da fonte autorevole che la curva incrementale della vendita dei telefonini a partire dagli anni’ 90 con annessi e connessi e la curva incrementale degli attacchi di panico che si presentano al pronto soccorso sono parallele. Ora questo non basta, statisticamente sappiamo che tale parallelismo non è una prova, ma solo un indizio. Di che cosa è indizio? Della diffusa difficoltà a tollerare l’attesa. La gente non vuole, non sa più aspettare, perché ha avuto la promessa della presenza costante.
Risultato: io chiamo il mio fidanzato, lui non mi risponde, “Oddio il mio amore è morto!” Oppure, lui mi chiama io non rispondo perché impegnata, e lui penserà che io sia morta. Adesso estremizzando un po’ il vissuto, ma posso assicurare che certa gente se li vive per niente bene “banali incidenti” come questo.
L’attacco di panico, mi è stato insegnato, ha un nome troppo fortunato, si chiama angoscia abbandonica, perché tutti i bambini del mondo la cosa che più temono non sono le botte (quelle fanno male, anche tanto, ma per picchiarmi ci devi essere, devi esser qui accanto a me) quanto piuttosto l’essere abbandonati. Per tutti, nessuno escluso, – compresi gli ex bambini che non sopportando l’abbandono ammazzano la femminuccia e poi si ammazzano – questo ha a che fare con un mancato allenamento ad attendere.
E così TUTTO SUBITO, o per dirla come ce la continuano a proporre sotto varie forme in pubblicità: LIFE IS NOW! Emerita e grossolana coglionata. La vita è adesso? No! La vita non è solo adesso, è troppo breve l’“adesso” per garantire significato alla vita. La vita è storia, memoria e speranza. E’ passato e futuro.
(fine del predicozzo)

Tutto questo per dire anche che se e quando un paziente dovesse incontrare il mio silenzio ad un suo messaggino, di non interpretarlo come atto di scortesia.

 

 

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