«Sembri molto più grande della tua età.»
Me l’ha riferito una giovane paziente, e la frase era già stata pronunciata più volte da persone diverse. Poi ha aggiunto una cosa che mi è rimasta addosso: «Nessuno dice “sembri più grande” con dispiacere. Io invece vorrei avere la mia età.»
Solitamente questa frase suona come un complimento. Parla di serietà, di equilibrio, di una testa sulle spalle. Ma chi la riceve spesso sente altro: che qualcuno ha già deciso al suo posto quanti anni ha davvero. Un’età si può sbagliare solo per eccesso, e per gli adulti l’eccesso è un merito. Nessuno si preoccupa di chiedersi a che prezzo sia stato raggiunto.
Nella stanza di analisi questa maturità precoce ha quasi sempre una storia. Ci sono bambini e adolescenti che hanno imparato presto a non disturbare, a capire prima degli altri che aria tirava in casa, a rassicurare, a essere «quello che non dà problemi». Winnicott avrebbe parlato di un Sé che si adatta: una competenza vera, ma messa al servizio dell’ambiente invece che della propria vita. Da fuori sembra solidità. Da dentro somiglia piuttosto a una vigilanza che non si spegne mai.
Per questo «sembri più grande» può ferire in modo così silenzioso. Chi lo dice non vede la ragazza che ha davanti, ma l’adulto che lei ha dovuto costruire in fretta. E se ti vedono grande, ti chiedono meno e ti proteggono meno. Ti concedono meno tempo per sbagliare, per non sapere, per essere ingenua e imprecisa. In una parola, per essere giovane.
Avere la propria età non significa fare cose da ragazzi. Significa poter abitare il tempo che si sta vivendo senza doverlo anticipare, e potersi permettere di essere incompiuti. È uno dei compiti più delicati di certi percorsi terapeutici: restituire a una persona il diritto di essere ancora in cammino, senza che questo venga letto come un difetto.
C’è anche un lutto da fare, ed è la parte più dolorosa. Non si può tornare indietro a prendersi l’infanzia che non c’è stata. Si può però riconoscere che è mancata, e smettere di scambiare quella mancanza per una virtù. Solo allora la maturità smette di essere una divisa e diventa una risorsa che si può usare, e anche deporre.
Alla mia paziente ho solo chiesto che cosa avrebbe fatto, quel giorno, se qualcuno l’avesse guardata come una ragazza della sua età. Ha taciuto a lungo. Poi ha sorriso, e il sorriso aveva proprio quell’età.