«Stavo rischiando di diventare un robot; per fortuna l’ho scampata bella».
Un paziente lo dice quasi con leggerezza, ma la frase contiene una questione clinica tutt’altro che leggera.
Diventare un robot significa imparare a funzionare senza più sentire. Rispondere alle richieste, assolvere ai propri compiti, rispettare le aspettative, attraversare le giornate senza lasciarsi attraversare da ciò che accade. Essere efficienti, affidabili, impeccabili. E sempre meno presenti a se stessi.
In clinica li incontriamo spesso: persone che arrivano con una vita in ordine e una sofferenza che non sanno nominare. Raccontano tutto con precisione, ma quasi senza affetto. Non è raro che a sentirlo, per primo, sia l’analista: una noia sottile, una sensazione di vuoto nella stanza. Il controtransfert ci dice ciò che il paziente non può ancora dire, cioè che qualcuno è presente solo a metà.
Winnicott avrebbe parlato di un falso Sé: un’organizzazione che nasce per proteggere ciò che è più vivo e vulnerabile, adattandosi alle richieste dell’ambiente. All’inizio è una difesa intelligente. Poi diventa una gabbia, perché a forza di proteggere il Sé autentico finisce per tenerlo nascosto anche a chi lo porta con sé.
Ciò che chiamiamo equilibrio, talvolta, è soltanto il risultato di una progressiva rinuncia alla propria vita emotiva. Si impara a non desiderare troppo, a non arrabbiarsi, a non chiedere, a non esporsi alla delusione. Si riduce il margine dell’imprevisto e si mette a tacere tutto ciò che non trova posto nell’organizzazione razionale della propria esistenza.
La sofferenza, in questi casi, non scompare. Viene sottratta alla possibilità di essere riconosciuta, pensata e trasformata. Ciò che non trova rappresentazione psichica non smette di esistere: cerca altre strade, come il corpo, la stanchezza, l’insonnia, un malessere senza nome. La psicoanalisi ha parlato di un pensiero che aderisce ai fatti e perde il contatto con la fantasia e con l’affetto, un pensiero «operatorio», molto efficiente e molto povero.
Qui si vede il paradosso delle difese. Nate per proteggere da esperienze emotive troppo dolorose, finiscono per diventare un modo abituale di stare al mondo. Non proteggono più soltanto dal dolore, ma anche dal desiderio, dalla spontaneità, dalla possibilità di essere sorpresi dall’altro e persino da se stessi. Nel tentativo di non soffrire si rinuncia a ciò che rende possibile il piacere.
E si continua a vivere, ma con un’economia affettiva impoverita: si fa ciò che è necessario, si dice ciò che è opportuno, si diventa ciò che gli altri si aspettano. Il mondo interno si ritira in uno spazio sempre più silenzioso, e quel silenzio spesso passa per calma.
Ma un essere umano non è fatto soltanto per funzionare. Ha bisogno di sentire, desiderare, contraddirsi, sbagliare, dipendere, deludere e lasciarsi sorprendere. Ha bisogno, soprattutto, di poter riconoscere come propri anche gli stati emotivi che non comprende subito.
È qui che il lavoro analitico può avere la sua funzione: non insegnare a funzionare meglio, ma rendere di nuovo possibile sentire. Offrire una relazione in cui ciò che è stato espulso, congelato o tenuto a distanza possa essere accolto da un altro che lo regge senza spaventarsi, e solo così diventi pensabile. Ciò che è stato scisso può tornare a far parte dell’esperienza del paziente soltanto se prima qualcuno è stato in grado di sentirlo con lui.
Perché la salute psichica non coincide con l’assenza di conflitto, né con la capacità di tenere tutto sotto controllo. A volte coincide, al contrario, con la possibilità di tollerare il disordine che accompagna il ritorno della propria vita emotiva.
E forse, tornando alla frase del paziente, la parte più significativa non è «stavo rischiando di diventare un robot».
È «per fortuna l’ho scampata bella».
Dietro l’ironia c’è la scoperta, per ora appena abbozzata, di aver rischiato di perdere qualcosa di essenziale. Non la capacità di vivere, ma la possibilità di sentirsi vivi. È anche un segno clinico prezioso: chi riesce a dirlo ha già cominciato a sentire.
Perché il vero pericolo non è smettere di funzionare. È funzionare così bene da non accorgersi più di non sentirsi.