Quanto amiamo l’altro e quanto amiamo sentirci amati?

Quando ci innamoriamo di qualcuno, tendiamo a pensare che il nostro sentimento sia la naturale conseguenza delle sue qualità: la sua intelligenza, la sua sensibilità, il suo fascino, il suo modo di guardare il mondo. Ci raccontiamo che amiamo quella persona per ciò che è.

Ma è davvero tutto qui?

Vale la pena soffermarsi su una domanda meno romantica e forse più scomoda: quanto amiamo l’altro per ciò che vediamo in lui e quanto, invece, perché sentiamo che ci ama, ci desidera, ci sceglie?

Essere amati è un’esperienza profondamente nutriente, e ha radici lontane. Winnicott ricordava che il primo specchio di ogni essere umano è il volto di chi si prende cura di lui: il bambino guarda quel volto e vi vede se stesso. Da adulti non smettiamo di cercare quello sguardo. Nello sguardo benevolo dell’amato ritroviamo un’immagine di noi che da soli faticheremmo a costruire: più interessanti, più desiderabili, più degni di valore. In qualche modo, attraverso l’amore dell’altro, diventiamo più reali ai nostri stessi occhi.

La psicoanalisi distingue due movimenti che nella vita si intrecciano di continuo. Amare l’altro come oggetto significa riconoscerlo come una persona separata da noi, con una sua interiorità, i suoi limiti, un desiderio che non coincide con il nostro. L’investimento narcisistico, invece, usa l’altro come una superficie in cui si riflette la nostra immagine: lo amiamo nella misura in cui ci conferma, ci ammira, ci restituisce intero ciò che siamo o vorremmo essere. Nessun amore è puro in un senso o nell’altro. Ma la differenza si avverte quando l’altro ci delude: l’amore che riconosce l’altro regge la frustrazione della sua diversità; l’investimento narcisistico vacilla appena lo specchio si incrina.

Per questo ciò che chiamiamo amore contiene quasi sempre una quota di gratificazione personale. Non amiamo soltanto chi ci piace; amiamo anche chi ci fa sentire amabili. E l’altro, senza accorgersene, viene investito di un compito enorme: custodire la parte migliore di noi.

La prova emerge nei momenti di crisi. Cosa accade quando la persona che ci amava smette di manifestare interesse, si allontana, non ci conferma più come prima? Il dolore che sentiamo è un impasto di due cose diverse. C’è il lutto per la persona che perdiamo, per la sua voce, la sua presenza, la sua storia con noi. E c’è la ferita per lo sguardo che ci ha tolto: se non mi vede più così, chi sono io adesso? Spesso crediamo di soffrire per la prima cosa, mentre una parte importante della nostra pena appartiene alla seconda. Finché le due restano confuse, il lutto fatica a compiersi.

Questo non significa che il nostro amore fosse “di plastica”. Significa che l’amore umano è più complesso di quanto vorremmo ammettere: nel desiderio dell’altro convivono sempre due movimenti, uno verso la persona che abbiamo davanti e uno verso noi stessi.

Forse la maturità affettiva consiste nel riuscire a distinguerli. Nel domandarci: se questa persona non mi facesse più sentire speciale, continuerei ad amarla per ciò che è?

Non esiste una risposta giusta. Esiste la possibilità di usare questa domanda come uno specchio, per comprendere non solo chi amiamo, ma anche ciò che cerchiamo nell’amore.

Perché, in fondo, ogni relazione racconta due storie: quella della persona che abbiamo scelto e quella della persona che speriamo di essere attraverso il suo sguardo.

Concludo con una domanda che lascio volutamente aperta:

“Quando penso alla persona che amo, ciò che mi manca di più è lei oppure il modo in cui mi faceva sentire?”

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