Quando la sfortuna ci fa sentire importanti

Ci sono persone che sembrano non riuscire a rinunciare alle proprie disgrazie. Non perché non soffrano davvero, né perché il loro dolore sia necessariamente inventato, ma perché, insieme alla sofferenza, quelle disgrazie portano con sé qualcosa di cui è più difficile accorgersi: l’attenzione dell’Altro.

Un problema diventa l’occasione per essere cercati, una difficoltà permette di sentirsi accolti, una nuova sventura riaccende una vicinanza che, in assenza di emergenze, sembra destinata a dissolversi.

È come se il dolore acquisisse un valore ulteriore: oltre a far soffrire, permette di esistere nello sguardo di qualcuno.

A volte non è la sfortuna a essere desiderata, ma ciò che la sfortuna consente di ottenere sul piano affettivo.

In una prospettiva psicoanalitica, possiamo chiederci se, in alcune persone, la sofferenza non finisca per organizzare una particolare modalità di stare in relazione. Se il sentirsi in difficoltà non diventi, inconsapevolmente, una condizione necessaria per suscitare quella presenza, quella premura o quel riconoscimento che non si riescono a chiedere direttamente.

Forse, in qualche storia, essere accuditi è stato possibile soprattutto quando si stava male. Forse l’attenzione è arrivata più facilmente attraverso una ferita che attraverso un desiderio, più attraverso la manifestazione di un bisogno che attraverso la possibilità di esprimere apertamente il proprio bisogno d’amore.

E così può accadere che si impari, senza saperlo, ad abitare la propria vulnerabilità come un luogo privilegiato d’incontro con l’Altro. Non è necessariamente il dolore a essere ricercato, dunque, quanto la relazione che attraverso il dolore diventa possibile.

La sofferenza può allora assumere una funzione psichica paradossale: da un lato è qualcosa da cui liberarsi, dall’altro diventa ciò che permette di mantenere vivo un legame. Il sintomo, in questa prospettiva, non è soltanto espressione di un disagio, ma può diventare anche una soluzione inconsapevole a un conflitto relazionale. Una soluzione costosa, che allevia una mancanza mentre contribuisce a perpetuarla.

Il problema emerge quando questa modalità si consolida. Quando il benessere, anziché rassicurare, espone al timore di perdere l’attenzione dell’Altro. Quando le cose cominciano ad andare meglio, ma una parte di sé avverte, insieme al sollievo, una sensazione di vuoto. Come se, venuto meno il problema, venisse meno anche il motivo per cui qualcuno dovrebbe esserci.

È possibile, allora, che il miglioramento non venga vissuto soltanto come una conquista, ma anche come una minaccia. Stare meglio significa non avere più la stessa necessità di essere soccorsi; significa, soprattutto, confrontarsi con una domanda più difficile: l’Altro continuerà a esserci anche quando non avrò più bisogno di essere salvato?

Quasi mai si tratta di una scelta consapevole. Sarebbe riduttivo liquidare tutto come vittimismo o manipolazione. Ciò che dall’esterno appare come un compiacimento per le proprie disgrazie può nascondere una difficoltà più profonda: non sapere come sentirsi importanti per qualcuno senza dover dimostrare, ogni volta, di avere bisogno di aiuto.

Non sempre, infatti, si gode dell’attenzione che si riceve. Talvolta vi si dipende, pur soffrendo per il prezzo che si deve pagare per ottenerla. È questa ambivalenza a rendere il fenomeno clinicamente interessante: ciò che fa soffrire può essere, nello stesso tempo, ciò che protegge dalla paura di non contare abbastanza per qualcuno.

Sul piano clinico, la questione non è stabilire se una persona tragga piacere dalle proprie sfortune, ma comprendere quale funzione inconscia esse svolgano nella sua economia affettiva. Occorre interrogarsi su quale angoscia venga scongiurata attraverso la sofferenza, quale mancanza essa tenti di colmare e quale fantasia relazionale rischi di essere confermata ogni volta che il dolore richiama l’attenzione dell’Altro.

Perché può accadere che, proprio mentre si cerca disperatamente una presenza, si finisca per costruire le condizioni affinché quella presenza diventi necessaria. E che il sollievo ottenuto attraverso l’accudimento impedisca, paradossalmente, di scoprire se si possa essere amati anche senza dover soffrire.

Il lavoro analitico non consiste allora nel sottrarre alla persona le sue ragioni per stare male, né nel convincerla che non abbia bisogno degli altri. Consiste piuttosto nell’aiutarla a riconoscere il legame tra la propria sofferenza e il bisogno di essere vista, affinché ciò che finora si è espresso attraverso il sintomo possa trovare altre forme di rappresentazione e di comunicazione.

Si tratta, in fondo, di rendere pensabile una possibilità nuova: poter chiedere vicinanza senza doverla giustificare attraverso il dolore, poter esprimere un bisogno senza trasformarlo nell’unica condizione per essere accolti, poter stare bene senza avvertire che, insieme alla sofferenza, si rischia di perdere anche l’amore.

Perché esiste una differenza sostanziale tra il sentirsi amati quando si sta male e il sentirsi amabili anche quando si sta bene.

La trasformazione comincia quando non è più necessario soffrire per sentirsi degni di attenzione e quando la presenza dell’Altro smette di essere qualcosa da ottenere attraverso il dolore, per diventare qualcosa che si può desiderare, chiedere e ricevere senza dover continuamente dimostrare di averne bisogno.

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