Quello che sentiamo prima ancora di pensarlo


«È fatica scardinare una sensazione che viene dall’infanzia o dall’adolescenza.»

Me lo ha detto una persona in seduta, e mi è rimasto dentro perché descrive con precisione qualcosa che la clinica incontra continuamente: si può diventare adulti, cambiare vita, costruire legami diversi, raggiungere mete un tempo impensabili, e continuare a sentire una parte di sé come la si sentiva allora.

La ragione può aver già capito. La sensazione, però, arriva da un altro luogo.

Ci sono convinzioni che non sono nate come pensieri. Sono nate come esperienze, spesso precoci, spesso prima che ci fossero le parole per dirle: sentirsi poco visti, non abbastanza, fuori posto, troppo, in difetto rispetto a ciò che si credeva di dover essere. Esperienze vissute dentro una relazione, con qualcuno che non sempre poteva accogliere, riconoscere, restituire.

Ripetendosi, queste esperienze si depositano e diventano una specie di verità interna. Non si ricordano: si sentono. È ciò che alcuni autori hanno chiamato il «conosciuto non pensato», qualcosa che conosciamo nel corpo e nel modo di stare con gli altri, senza averlo mai potuto pensare.

Per questo non basta dirsi: «Adesso è diverso».

Una parte di noi lo sa già. È un’altra parte che non ha ancora avuto occasione di sentirlo.

Uno dei compiti più delicati di un percorso analitico è forse questo: non convincerci che ciò che abbiamo sentito per anni fosse sbagliato, ma comprendere come quella sensazione sia diventata necessaria, a cosa sia servita, da che cosa ci abbia protetti. Ogni assetto difensivo è stato, a suo tempo, una soluzione. Anche ciò che oggi fa soffrire ha spesso permesso di restare in relazione, di non perdere l’altro, di tenere insieme un mondo che altrimenti rischiava di frantumarsi.

Il problema è che ciò che ci ha aiutati a sopravvivere a una certa età può continuare ad abitarci quando quella stagione è finita. E allora, davanti a persone e situazioni nuove, ci ritroviamo a rispondere con la sensibilità di allora, leggendo il presente con le lenti del passato. È il modo in cui la storia si ripropone nelle relazioni attuali, e anche nella stanza d’analisi, dove trova finalmente qualcuno con cui poter essere rivissuta e non solo ripetuta.

Non accade perché siamo rimasti bambini, né perché qualcosa in noi sia rotto. Accade perché alcune parti della nostra esperienza non hanno ancora incontrato un’esperienza abbastanza diversa da poterle trasformare. Non c’è una sola storia che porta a questo: per alcuni è stata una ferita evidente, per altri una mancanza sottile e silenziosa, un’assenza di sguardo più che un evento. Non serve ricordare per sentire, e non serve un trauma «riconoscibile» perché quel sentire meriti ascolto.

È qui che la relazione terapeutica può fare la differenza: offrendo uno spazio in cui ciò che è rimasto fermo può essere sentito, nominato, e infine sperimentato in modo nuovo, con un altro che non si spaventa, non si ritrae e non giudica.

Forse crescere, in fondo, non significa soltanto diventare diversi. Significa permettere a ciò che di noi è rimasto fermo in un tempo passato di incontrare, finalmente, il presente.

E scoprire che quella sensazione, per quanto antica e per quanto sia stata vera per noi, non è necessariamente la verità su di noi.

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