In una relazione, prima o poi, ci troviamo a fare i conti con una domanda che raramente riusciamo a formulare fino in fondo: quanto l’Altro sa tenerci?
Non soltanto quanto ci ama, quanto ci desidera o quanto dichiara di volerci nella propria vita. Ma quanto riesce a fare spazio alla nostra esistenza dentro di sé, senza che sia sempre necessario ricordargli che ci siamo.
Essere tenuti, in una relazione, significa poter sentire che il legame non dipende esclusivamente dalla nostra capacità di alimentarlo. Che non siamo sempre noi a dover cercare, ricucire, interpretare i silenzi, ricostruire le distanze e rassicurarci che ciò che abbiamo vissuto insieme esista ancora.
Significa poter allentare, almeno qualche volta, la vigilanza.
Winnicott l’aveva intuito osservando come nasce la capacità di stare soli: non nasce nella solitudine, ma in presenza di qualcuno. Si impara a stare soli perché c’è stato qualcuno che ci ha tenuti abbastanza a lungo da poter essere, poi, portato dentro.
Perché c’è una differenza profonda tra il sentirsi amati e il sentirsi sufficientemente al sicuro nell’amore ricevuto. Nel primo caso, possiamo riconoscere i segni dell’affetto dell’Altro; nel secondo, riusciamo anche a farne esperienza senza doverli continuamente verificare.
È qui che la relazione incontra una dimensione intimamente psichica: la possibilità di conservare dentro di sé la presenza dell’Altro anche quando è assente, quando è distante, quando non risponde immediatamente alle nostre attese. La psicoanalisi la chiama costanza dell’oggetto: l’Altro continua a vivere in noi come presenza interna, e per questo la sua assenza reale non coincide con la sua scomparsa. Non perché l’assenza smetta di farci sentire la mancanza, ma perché la mancanza non si trasforma necessariamente nella paura di essere stati dimenticati.
Naturalmente, non tutti arriviamo a questo appuntamento con le stesse risorse.
C’è chi ha imparato molto presto che l’amore può ritirarsi senza preavviso, che la vicinanza va conquistata, che per essere visti bisogna diventare indispensabili. Per chi ha avuto un primo Altro intermittente, l’assenza non è mai soltanto assenza: è la prova di essere stati lasciati cadere. Freud distingueva la paura di perdere l’oggetto dalla paura di perderne l’amore, ed è quasi sempre la seconda a farsi sentire in queste relazioni. Anche una distanza ordinaria può allora riattivare un’angoscia antica: non tanto quella di perdere qualcuno, quanto quella di scoprire, ancora una volta, di non aver mai occupato davvero un posto dentro di lui.
E allora si cerca una conferma. Poi un’altra. Si osservano i cambiamenti di tono, si misurano i tempi delle risposte, si attribuisce significato a ogni variazione della presenza. Talvolta si finisce persino per provocare una distanza, quasi a voler verificare se l’Altro verrà a riprenderci.
Non è sempre una richiesta d’amore. È ciò che la clinica riconosce come una messa in scena: nel presente si agisce ciò che non può essere ricordato né pensato, secondo la logica della coazione a ripetere. È il tentativo, doloroso e inconsapevole, di ottenere una prova che questa volta la relazione possa sopravvivere alla paura. Ma la prova ha un esito ingrato: a forza di verificare, si rischia di produrre proprio il ritiro che si temeva, e la profezia si avvera, confermando la vecchia convinzione. Nella stanza d’analisi lo si vede con particolare chiarezza nelle interruzioni, nelle pause, nelle assenze del terapeuta: è lì che molti pazienti mostrano, prima ancora di poterlo dire, che cosa succede loro quando qualcuno non c’è.
Ma sarebbe riduttivo ricondurre tutto alla nostra storia, come se ogni inquietudine fosse soltanto il ritorno di una ferita infantile. Non tutto è transfert: a volte l’insicurezza appartiene anche alla relazione che stiamo vivendo. Ci sono presenze intermittenti, promesse che non trovano seguito, vicinanze che si alternano a ritirate, legami nei quali la disponibilità dell’Altro rimane realmente imprevedibile.
Il lavoro psichico consiste anche nel distinguere ciò che la nostra storia ci fa temere da ciò che, nel presente, abbiamo effettivamente ragione di sentire. Un’analisi non dovrebbe insegnarci a diffidare di ciò che percepiamo, ma a riconoscere quando stiamo ricordando e quando stiamo vedendo.
Non per smettere di interrogarci su di noi, ma per non trasformare ogni mancanza dell’Altro in una nostra insufficienza.
Perché non tutto ciò che ci fa soffrire parla necessariamente di una ferita da guarire. Talvolta parla anche di un bisogno legittimo che non trova risposta.
E forse è proprio qui che si apre la domanda più difficile: quanto possiamo continuare a investire in una relazione nella quale, per sentirci tenuti, dobbiamo essere continuamente noi a tenere insieme il legame?
Non si tratta di pretendere una presenza assoluta, né di chiedere all’Altro di colmare ogni nostra insicurezza. Nessuno può garantire una disponibilità senza limiti, né sottrarci alla vulnerabilità che accompagna ogni legame autentico.
Si tratta, piuttosto, di capire se esiste uno spazio in cui la nostra fragilità possa essere accolta senza diventare un peso, in cui il bisogno di vicinanza possa essere espresso senza essere umiliato, in cui anche le distanze possano essere attraversate senza che ogni volta sia necessario ricominciare da zero.
Forse amare significa anche questo: imparare a tenere l’Altro dentro di sé senza trattenerlo, lasciargli la libertà di essere distinto da noi senza costringerci, per questo, a dubitare continuamente del posto che occupiamo nella sua vita.
E riconoscere che la capacità di essere tenuti non dipende soltanto dalla nostra disponibilità ad affidarci, ma anche dalla possibilità concreta che qualcuno sappia accogliere quell’affidamento.
Perché una relazione non diventa sicura quando smettiamo di avere paura di perdere l’Altro, bensì quando, pur sapendo che potremmo perderlo, non siamo costretti a perderci continuamente per essere certi di averlo ancora.
Forse, in fondo, sentirsi tenuti significa proprio questo: non dover continuare a bussare alla porta di qualcuno per scoprire se, dentro di lui, abbiamo ancora un posto.