Stanchezza da troppa esposizione

Ci sono stanchezze che non passano dormendo.

Non perché il corpo non abbia bisogno di riposo, ma perché ciò che è affaticato non è soltanto il corpo.

È la mente.

È quella parte di noi che da troppo tempo è costretta a stare fuori: a rispondere, mostrarsi, spiegarsi, scegliere, essere raggiungibile, disponibile, visibile.

Una stanchezza particolare, che potremmo chiamare da esposizione.

Non necessariamente un’esposizione fisica, quanto piuttosto psichica.

Essere continuamente davanti allo sguardo dell’Altro, reale o immaginato. Sentirsi chiamati a dire chi siamo, cosa pensiamo, cosa proviamo, cosa vogliamo. A prendere posizione. A raccontarci. A confermare la nostra presenza.

Anche quando nessuno ce lo chiede esplicitamente.

Perché spesso il più esigente degli sguardi non è quello degli altri, ma quello che abbiamo interiorizzato.

Uno sguardo che ci accompagna anche quando siamo soli e che sembra domandarci continuamente: come stai apparendo? Cosa dovresti fare? Cosa dovresti sentire? Stai facendo abbastanza? Sei ancora interessante? Sei ancora desiderabile?

E così anche la solitudine può diventare una forma di esposizione.

Da un punto di vista psicoanalitico, il problema non è soltanto la quantità di stimoli a cui siamo sottoposti. È ciò che accade quando viene meno la possibilità di ritirarsi psichicamente.

Abbiamo bisogno di essere visti, certo.

Ma abbiamo anche bisogno di non esserlo.

Abbiamo bisogno di uno spazio nel quale non dobbiamo essere qualcuno per nessuno.

Uno spazio in cui poter essere ancora incerti, contraddittori, incompiuti. In cui un pensiero possa nascere senza essere immediatamente trasformato in una parola, una fotografia, una decisione, una prestazione, una risposta.

Anche il desiderio, se ci pensiamo, ha bisogno di questo.

Per desiderare qualcosa dobbiamo poterla, almeno per un po’, non avere.

E per poter sentire ciò che ci manca abbiamo bisogno di una distanza.

L’eccesso di esposizione, invece, tende a cancellare la distanza.

Tutto deve essere immediatamente disponibile: la risposta, l’immagine, l’opinione, l’emozione, la presenza dell’altro.

Ma quando tutto è troppo vicino, troppo presente, paradossalmente, diventa difficile sentire qualcosa davvero.

È una delle ragioni per cui a volte ci scopriamo improvvisamente stanchi delle persone che amiamo, delle conversazioni, dei messaggi, persino delle cose che fino a poco prima desideravamo.

E possiamo spaventarci.

Che cosa mi sta succedendo? Perché non ho più voglia? Perché voglio stare solo?

Non sempre è il segnale che non amiamo più.

A volte è il segnale che abbiamo bisogno di tornare ad avere un dentro.

La psiche non è fatta per stare continuamente alla finestra.

Ha bisogno anche di tende.

Non per nascondersi dal mondo, ma per poterlo nuovamente incontrare.

Il ritiro, allora, non è necessariamente una fuga. Può essere una funzione psichica fondamentale.

Winnicott ha pensato la capacità di essere soli come una conquista importante dello sviluppo: poter stare soli senza sentirsi abbandonati, poter fare esperienza di sé senza essere continuamente sostenuti dalla presenza dell’Altro.

Forse una parte della nostra stanchezza contemporanea nasce proprio dalla difficoltà di concederci questa esperienza.

Abbiamo imparato molto bene a essere presenti.

Molto meno a sottrarci senza sentirci colpevoli.

Eppure esiste una solitudine che non impoverisce, ma restituisce.

Una solitudine nella quale non dobbiamo produrre nulla, dimostrare nulla, rispondere a nessuno.

Possiamo semplicemente tornare ad ascoltare ciò che, nel rumore dell’esposizione continua, avevamo smesso di sentire.

Forse per questo, qualche volta, quando diciamo «Ho bisogno di stare un po’ per conto mio», non stiamo chiedendo di essere lasciati soli.

Stiamo chiedendo di poterci ritrovare.

Perché anche la psiche, come il corpo, ha bisogno di chiudere gli occhi.

Non per scomparire, ma per tornare a sentire.

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