Il sollievo lo possiamo provare da vivi, non da morti.
C’è una distinzione, talvolta difficile da riconoscere quando il dolore psichico diventa insopportabile, tra il desiderio di morire e quello di non soffrire più.
Quando la sofferenza occupa ogni spazio della vita interiore, può accadere che la morte cominci a essere immaginata non tanto come la fine della vita, quanto come la fine del dolore. Una sorta di promessa silenziosa: non sentire più, non pensare più, non dover più sostenere il peso di un’esistenza che sembra aver smarrito ogni possibilità di essere abitata.
È qui che, forse, possiamo intravedere il desiderio del nulla.
Non necessariamente il desiderio della morte in sé, ma quello di sottrarsi a un’esperienza interna divenuta insostenibile. Quando non si riesce più a immaginare una vita diversa da quella che si sta vivendo, il nulla può apparire preferibile a un futuro che non offre più alcuna promessa. Non perché sia davvero conosciuto, ma perché viene investito della possibilità di non sentire.
Il nulla diventa allora una rappresentazione del sollievo.
Freud avrebbe parlato di principio di Nirvana: la tendenza a ridurre la tensione fino ad azzerarla. Ma nella fantasia suicidaria c’è un paradosso che in clinica si incontra spesso: resta qualcuno che dovrebbe godere di quella quiete. Chi immagina il nulla immagina, in segreto, di sopravvivere per sentirsi finalmente in pace.
Ma c’è qualcosa di profondamente tragico in questo passaggio: ciò che non si riesce più a trovare nella vita viene cercato nella sua negazione.
Da un punto di vista clinico, non possiamo ridurre ogni pensiero suicidario a un desiderio di pace, né presumere di conoscere dall’esterno ciò che attraversa chi pensa alla morte. Possiamo, però, provare ad ascoltare anche quella domanda che talvolta rimane nascosta dietro il desiderio di scomparire: è davvero la vita che non voglio più, oppure è questa forma di dolore che non riesco più a sopportare?
E quasi sempre, ascoltando, ci si chiede anche chi sia il bersaglio di quel gesto immaginato. Nella melanconia, ci ha insegnato Freud, l’ombra dell’oggetto cade sull’Io: la rabbia che non può raggiungere chi l’ha provocata si volge contro di sé.
Non è una distinzione capace, da sola, di sciogliere la sofferenza. È piuttosto una domanda che può aprire uno spazio là dove tutto sembra essersi chiuso.
Perché il dolore psichico, quando diventa assoluto, può compromettere non soltanto il desiderio di vivere, ma anche la capacità di immaginare che si possa vivere diversamente. Il futuro si restringe, le alternative scompaiono, e ciò che in altri momenti avrebbe potuto essere pensato come transitorio assume il carattere di una condanna definitiva.
Un dolore che non trova rappresentazione non può essere pensato, e ciò che non si può pensare tende a farsi agire. Il pensiero della morte è, a volte, il tentativo estremo di dare una forma a ciò che forma non ha.
È anche in questo restringimento che la relazione terapeutica può diventare preziosa: non perché disponga di risposte immediate, né perché possa promettere di cancellare il dolore, ma perché offre un luogo in cui ciò che appare senza via d’uscita può, lentamente, tornare a essere pensato, sentito e condiviso.
A volte, prima ancora di ritrovare il desiderio di vivere, occorre poter affidare a qualcuno il peso di una vita che, in quel momento, sembra impossibile da sostenere da soli. Si affida qualcosa all’altro perché lui possa tenerlo, pensarlo, restituirlo in una forma meno minacciosa. È il lavoro che Bion chiamava contenimento: prestare a chi non ce l’ha una mente in cui il dolore possa essere abitato.
Forse il compito della cura comincia proprio qui: nel non confondere il desiderio di porre fine alla sofferenza con una decisione irrevocabile sulla propria esistenza. Nel provare a restituire parole a ciò che è diventato indicibile, e possibilità a ciò che sembra non averne più.
Il sollievo, infatti, non è il nulla.
È la possibilità che qualcosa cambi dentro e fuori di noi. Che il dolore, senza necessariamente scomparire da un momento all’altro, smetta di occupare tutto lo spazio del possibile.
Il sollievo lo possiamo provare da vivi.
E quando qualcuno non riesce più a immaginarlo, forse la prima forma di cura è aiutarlo a non doverlo immaginare da solo.