“Se continuerai a raccontare ciò che ti accade dentro e fuori, ricorderai al tuo passato che non può decidere sempre lui le tue destinazioni”.
In fondo è questo il senso più profondo di una psicoanalisi.
Non cambiare ciò che è stato. Nessuno può farlo. Non cancellare il dolore, né riscrivere la propria storia come se alcune pagine non fossero mai esistite.
Il lavoro analitico è un altro. È permettere alla propria storia di smettere di essere un destino.
Molte delle nostre scelte crediamo di compierle liberamente. Eppure, spesso, sono antiche paure a scegliere per noi. Evitiamo ciò che potrebbe ferirci ancora, inseguiamo ciò che un tempo ci è mancato, ripetiamo relazioni, conflitti, abbandoni, con l’inconsapevole speranza che, questa volta, l’esito sia diverso.
Il passato, quando rimane senza parole, non resta alle nostre spalle. Si traveste da presente.
Per questo, in analisi, raccontare non significa semplicemente ricordare. Significa trasformare un’esperienza vissuta in un’esperienza pensata. Dare un nome alle emozioni, riconoscere i legami invisibili tra ciò che è accaduto e ciò che continuiamo a fare, ascoltare la logica nascosta dei nostri sintomi, delle nostre paure e perfino dei nostri silenzi.
Ogni volta che una parte della nostra storia viene finalmente narrata, perde qualcosa della sua necessità di ripetersi.
E accade qualcosa di straordinariamente semplice: il passato smette di essere il regista della nostra vita e diventa uno dei suoi capitoli.
Non il copione.
Perché una psicoanalisi non ci libera dalla nostra storia. Ci libera dall’obbligo di doverla rivivere.
Ed è forse questa la forma più autentica della libertà: poter scegliere una strada senza che sia una vecchia ferita a indicarci continuamente la direzione.