“Non si gode il primo perché sta già pensando al dolce.”
C’è qualcosa di profondamente contemporaneo in questa frase.
Non riguarda soltanto il cibo. Riguarda il nostro modo di stare al mondo.
Mangiamo pensando a ciò che verrà dopo. Amiamo pensando a quanto durerà. Viviamo una conversazione immaginando già come finirà.
Siamo costantemente proiettati altrove, come se il presente non bastasse mai a se stesso.
La psicoanalisi conosce bene questo movimento. Il desiderio umano non è fatto per quietarsi davvero: non è mai del tutto rivolto all’oggetto che crediamo di volere, ma a ciò che quell’oggetto promette. Per questo, una volta ottenuto qualcosa, la mente produce quasi subito un nuovo oggetto da inseguire. Non perché siamo ingrati, ma perché il desiderio vive di mancanza. Ha bisogno di uno scarto, di una distanza, di qualcosa che sfugga.
Il problema nasce quando questa spinta smette di essere motore e diventa fuga.
Quando anticipare non è più naturale proiezione verso il futuro, ma un modo per non restare mai da nessuna parte. Un movimento che si ripete indipendentemente da cosa abbiamo davanti — il primo, il dolce, una relazione, una giornata di vacanza — perché a un certo punto non è più il contenuto a contare. È la fuga in avanti, sempre, prima ancora di aver davvero abitato ciò che sta accadendo.
Una paziente, in seduta, racconta un pomeriggio al mare con la figlia. Un pomeriggio bello, sereno, uno di quelli che si vorrebbero trattenere. Ma si accorge, mentre lo racconta, di aver “archiviato” quel momento mentre lo stava ancora vivendo. La mente era già al lunedì, al rientro, alla lista di cose da gestire. Non riusciva a dirsi questo sta accadendo ora. Riusciva solo a dirsi questo sta per finire.
Non c’era nulla di sbagliato in quel pomeriggio. C’era un’abitudine della mente a chiudere le cose prima che accadano fino in fondo.
Esiste una forma di angoscia nascosta dietro questa continua anticipazione: l’idea che fermarsi significhi perdere tempo, restare indietro, oppure sentire qualcosa che abbiamo imparato a evitare. Per molti, stare nel presente è difficile perché il presente espone. Non distrae. Non promette. Costringe a fare i conti con ciò che c’è, quindi anche con ciò che manca.
Così ci si abitua a vivere in differita. Sempre un passo avanti rispetto alla propria vita.
Eppure il godimento autentico richiede una capacità opposta: sostare. Tollerare che qualcosa non debba immediatamente portarci altrove. Lasciare che un momento abbia peso prima di consumarlo mentalmente.
Forse maturare significa anche questo: accettare che ogni cosa buona, proprio mentre la viviamo, sta già andando verso la propria fine — e smettere di anticipare quella fine come se fosse già arrivata. È un lavoro che assomiglia da vicino a quello del lutto, solo che qui va fatto in anticipo, sul presente stesso, non su una perdita già avvenuta: lasciare che le cose finiscano quando finiscono, non prima, non nella mente.
Non tutto deve condurre a un dopo per avere valore. Certe esperienze non chiedono di essere superate, ma attraversate.