«Credo tu abbia sofferto abbastanza.»

Sono poche parole.

Eppure, quando vengono pronunciate nel momento giusto, possono aprire una porta che da troppo tempo era rimasta chiusa.

Esiste una convinzione, spesso silenziosa, che ci accompagna nelle nostre vite: quella secondo cui, se continuiamo a soffrire, forse stiamo ancora amando; se resistiamo abbastanza, qualcosa cambierà; se sopportiamo ancora un po’, il dolore prima o poi darà un senso a ciò che abbiamo vissuto.

Ma non sempre è così.

C’è una sofferenza che trasforma, che insegna, che costringe a guardarci dentro. Ed è una sofferenza inevitabile, oserei dire “buona”. 

Poi ce n’è un’altra. Quella che si prolunga ben oltre il suo tempo. Quella che smette di raccontare qualcosa di noi e comincia soltanto a consumarci.

Restare in una relazione che ci svuota.

Continuare a rincorrere qualcuno che ha già scelto di andare altrove.

Sentirsi obbligati a perdonare ciò che continua a ferire.

Abitare una vita che non ci assomiglia più.

Ogni sofferenza, quando perde il suo significato, rischia di diventare soltanto un’abitudine. E le abitudini sono pericolose: ci fanno credere che ciò che conosciamo sia anche ciò che meritiamo.

Nella stanza d’analisi capita, a volte, che una persona aspetti un’autorizzazione che nessuno le aveva mai dato. Non quella di essere felice. Ma quella di smettere di soffrire.

Perché molte persone, inconsapevolmente, vivono come se interrompere il dolore fosse un tradimento verso chi hanno amato, verso la propria storia o perfino verso se stesse.

Non lo è.

Mettere un punto non significa cancellare ciò che è stato, ma riconoscere che quel dolore ha già dato tutto ciò che poteva dare. Da quel momento, continuare a soffrire non trasforma più: consuma.

Ci sono momenti in cui la frase più terapeutica non è una complessa interpretazione, ma semplicemente questa:

“Credo che tu abbia sofferto abbastanza.”

E forse, da quel momento in poi, non inizia la felicità.

Inizia qualcosa di ancora più importante: la possibilità di tornare a scegliersi.

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