Imparare a perdere

«Le cose belle e utili da perdere sono molto più di quelle da vincere.»

È un pensiero che può sembrare controintuitivo, soprattutto in una cultura che tende a misurare il valore della vita attraverso ciò che riusciamo a ottenere.

Vincere sembra appartenere al territorio della riuscita. Perdere a quello del fallimento.

Eppure, dal punto di vista psichico, non è affatto così semplice.

Ci sono perdite necessarie alla crescita.

Perdere un’immagine di sé.

Perdere un’illusione.

Perdere l’idea che qualcuno possa finalmente darci ciò che abbiamo sempre desiderato.

Perdere la speranza che il passato possa essere modificato tornando a viverlo.

Sono perdite dolorose, senza dubbio, ma possono diventare trasformative.

In fondo, crescere significa anche accettare progressivamente che non possiamo avere tutto, né essere tutto, né conservare per sempre ciò che amiamo.

Ogni passaggio importante della vita comporta una separazione.

Il bambino deve perdere qualcosa dell’infanzia per diventare adulto. L’adolescente deve perdere alcune identificazioni per costruire una propria identità. Una persona che attraversa la fine di una relazione deve, prima o poi, perdere non soltanto l’altro, ma anche il futuro che aveva immaginato insieme a lui.

Ed è spesso questo il lutto più difficile.

Non perdiamo soltanto ciò che è stato.

Perdiamo anche ciò che avevamo immaginato potesse essere.

La mente, però, tende a opporsi alla perdita. Cerca di mantenere vivo ciò che non c’è più, di tornare indietro, di trovare una spiegazione definitiva, di trasformare il dolore in una domanda alla quale ottenere finalmente una risposta.

È comprensibile.

Ma trattenere ciò che non può più essere trattenuto può trasformare una perdita in una prigione.

Elaborare un lutto, dunque, non significa dimenticare, quanto poter ricordare senza avere più bisogno che ciò che è stato torni ad accadere.

Significa poter dire: è esistito, è stato importante, mi ha trasformato, ma ora posso continuare.

Anche la psicoanalisi, in fondo, ha qualcosa a che fare con questa capacità di perdere.

Perdere alcune convinzioni che avevamo su noi stessi.

Perdere l’idea di essere completamente padroni delle nostre scelte.

Perdere certe spiegazioni troppo semplici.

Perdere, talvolta, persino il bisogno di avere una risposta.

Perché quando qualcosa viene perduto davvero, si apre uno spazio.

E quello spazio può essere occupato dalla ripetizione del passato oppure dal desiderio.

È qui che la perdita può diventare generativa.

Non perché dobbiamo cercare un vantaggio in ogni dolore — sarebbe una forma di violenza nei confronti della sofferenza — ma perché possiamo, nel tempo, trasformare ciò che abbiamo perduto in qualcosa che continui a vivere dentro di noi in una forma diversa.

Forse è questo uno dei paradossi della maturità:

non diventiamo più ricchi soltanto attraverso ciò che riusciamo a ottenere, ma anche attraverso ciò che impariamo a lasciare andare.

È’così, forse, che le cose belle e utili da perdere sono davvero più numerose di quelle da vincere.

Perché vincere aggiunge qualcosa alla nostra vita.

Perdere, quando riusciamo a farlo senza distruggerci, può cambiare il modo in cui la viviamo. 

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