L’abitudine, il grande anestetico dell’esistenza

Ci sono vite che non fanno più male semplicemente perché abbiamo smesso di sentirle.

Forse è questa la forma più silenziosa dell’infelicità: non quella che urla, non quella che chiede aiuto, ma quella che, col tempo, diventa normale.

L’abitudine ha un enorme potere sulla nostra vita psichica. Ci protegge dall’imprevedibilità, riduce l’angoscia di ciò che non conosciamo, ci permette di attraversare le giornate senza dover continuamente scegliere.

Ma c’è un punto oltre il quale la protezione diventa anestesia.

Ci abituiamo a una relazione che non ci nutre più, a un lavoro che non ci appartiene più, a una solitudine che non desideriamo, a una parte di noi che abbiamo imparato a mettere a tacere.

E la cosa più sorprendente è che, dopo un po’, non avvertiamo più tutto questo come una rinuncia: lo chiamiamo semplicemente vita.

Nel mio lavoro incontro spesso persone che non arrivano chiedendo di cambiare la propria vita. Arrivano perché non sentono più nulla.

«Non so cosa mi succede.»

«In fondo non mi manca niente.»

«Non sono infelice, ma non sono nemmeno felice.»

«È tutto a posto, eppure non sto bene.»

È in quel eppure che spesso comincia il lavoro analitico.

Perché l’assenza di un dolore evidente non coincide necessariamente con il benessere. A volte è il risultato di un adattamento riuscito così bene da essere diventato invisibile.

La mente può imparare a fare cose sorprendenti per proteggerci: può ridurre le aspettative, addomesticare il desiderio, trasformare la rinuncia in virtù, la paura in prudenza, la rassegnazione in realismo.

E così, lentamente, smettiamo di domandarci che cosa desideriamo; non perché il desiderio sia scomparso, solo abbiamo imparato a non ascoltarlo.

Forse è anche per questo che cambiare è così difficile. Non dobbiamo soltanto abbandonare una situazione: dobbiamo rinunciare all’equilibrio psichico che abbiamo costruito intorno a quella situazione.

Anche un equilibrio doloroso può diventare rassicurante.

Il noto, infatti, non è necessariamente ciò che ci fa bene. È semplicemente ciò che sappiamo già come abitare.

Ed è qui che la psicoanalisi incontra una delle contraddizioni più profonde dell’essere umano: possiamo soffrire per ciò che conosciamo e avere paura di ciò che potrebbe farci stare meglio.

Non è irrazionalità, quanto piuttosto il prezzo che paghiamo all’incertezza.

Ogni autentica trasformazione comporta infatti una piccola esperienza di lutto: lasciamo una versione di noi stessi, un’immagine del futuro, una posizione che per quanto insoddisfacente ci era diventata familiare.

Per questo, a volte, ciò che chiamiamo «paura di cambiare» è anche paura di scoprire chi potremmo essere senza ciò a cui ci siamo abituati.

E forse è proprio qui che l’abitudine mostra il suo volto più insidioso.

Non ci impedisce soltanto di soffrire, può impedirci di desiderare.

Ci abituiamo a vivere in una stanza e finiamo per dimenticare che esiste una porta.

Poi qualcosa accade.

Un incontro.

Una separazione.

Una perdita.

Un innamoramento.

Una crisi.

Qualcosa rompe la continuità e ci restituisce, spesso dolorosamente, la percezione del tempo.

Ci accorgiamo allora che non siamo più quelli di prima. Che quella relazione non ci basta più. Che quel lavoro non ci somiglia. Che quella vita che avevamo imparato a sopportare non è necessariamente quella che vogliamo continuare a vivere.

È un momento inquietante, tuttavia può rivelarsi anche molto prezioso..

Perché il disagio, quando riesce a diventare parola, può smettere di essere soltanto sofferenza e diventare domanda.

Una psicoanalisi non offre una vita senza conflitti, né promette di liberarci dalle nostre abitudini. Offre qualcosa di più modesto e, forse, più importante: la possibilità di accorgerci di ciò che stiamo facendo di noi stessi mentre lo facciamo.

Di distinguere ciò che scegliamo da ciò a cui ci siamo semplicemente adattati.

Di tornare a sentire dove c’è dolore, ma anche dove c’è desiderio.

Perché non sempre il segnale che qualcosa non va è stare male. A volte è non sentire più nulla.

E forse una delle domande più importanti che possiamo rivolgerci, quando una vita ci sembra ormai troppo familiare, non è: «Sono felice?»

Bensì una più scomoda: «Quanta parte della mia vita sto ancora vivendo, e quanta parte sto semplicemente continuando?»

«Quanta parte della mia vita sto ancora vivendo, e quanta parte sto semplicemente continuando?»

Poiché l’abitudine può aiutarci a sopravvivere, ma quando diventa troppo efficace, rischia di farci dimenticare che eravamo venuti al mondo per vivere.

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