La pazienza è figlia dell’amore

Siamo abituati a pensare alla pazienza come a una virtù della volontà: la capacità di trattenersi, di aspettare, di tollerare. Ma forse la pazienza autentica nasce altrove. Non dalla forza, bensì dall’amore.

Ciò che amiamo davvero ci rende pazienti.

In psicoanalisi, l’impazienza è spesso il segnale di una difficoltà a sostenere la mancanza. Vorremmo che ciò che desideriamo fosse immediatamente disponibile, che l’altro ci capisse subito, che una ferita guarisse in fretta, che un cambiamento si compisse senza attraversare l’incertezza. L’attesa diventa allora intollerabile perché viene vissuta come privazione.

L’amore, invece, introduce una logica diversa. Chi ama non smette di desiderare, ma impara a fare spazio al tempo e riconosce che alcune cose possono maturare solo lentamente. Come un genitore con un figlio, un terapeuta con il proprio paziente, o due persone che cercano di conoscersi davvero: l’amore non forza, accompagna.

La pazienza non è passività ma una forma di fiducia. È la capacità di restare presenti senza pretendere di controllare il ritmo con cui la vita, l’altro o noi stessi siamo pronti a trasformarci.

Spesso siamo impazienti proprio con le persone che diciamo di amare. Vorremmo che fossero diverse, più vicine alle nostre aspettative, più rapide nel comprendere ciò che per noi appare evidente. Ma quando l’amore lascia il posto al bisogno di possesso o di conferma, la pazienza si dissolve. L’altro non viene più incontrato nella sua realtà, ma misurato sulla distanza che lo separa dai nostri desideri.

Forse la pazienza è uno dei modi più profondi in cui l’amore si manifesta, perché significa concedere all’altro il diritto di essere ciò che è, e al tempo il compito di compiere il suo lavoro.

Amare qualcuno, o qualcosa, significa anche accettare che non tutto possa accadere subito.

E forse una delle domande più sincere che possiamo rivolgerci è questa:

Dove manca la pazienza, manca davvero il tempo o sta venendo meno l’amore che avrebbe potuto sostenerla?

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