«So che la psicoanalisi guarda all’infanzia, al rapporto con i genitori. Insomma, va a cercare nel passato.»
È una frase che mi capita spesso di sentire e non è, di per sé, sbagliata.
La psicoanalisi guarda effettivamente all’infanzia, alle relazioni primarie, alle esperienze che hanno contribuito a dare forma al nostro modo di sentire, desiderare, amare, temere. Ma c’è un equivoco da sciogliere: guardare al passato non significa occuparsi del passato anziché del presente.
Provo a spiegarmi con un’immagine.
Se su un foglio bianco disegniamo un elemento qualsiasi, possiamo riconoscerlo, naturalmente, ma il suo significato può rimanere incerto. Viceversa, se quello stesso elemento viene collocato dentro uno sfondo, in relazione ad altri elementi, dentro un contesto, improvvisamente qualcosa cambia: ciò che prima appariva isolato comincia ad assumere un senso.
Anche la sofferenza psichica è così.
Possiamo osservare l’ansia, la tristezza, una difficoltà nelle relazioni, una ripetuta incapacità di fidarsi, una gelosia che sembra non avere ragione, il bisogno incessante di essere rassicurati, oppure la sensazione di non essere mai abbastanza.
Possiamo descriverli, persino dare loro un nome.
Ma descrivere una sofferenza non significa ancora comprenderla.
Per comprenderla occorre ricostruire, almeno in parte, lo sfondo sul quale quella sofferenza si è delineata.
Non perché esista necessariamente un evento preciso da trovare. Non perché tutto ciò che siamo possa essere ricondotto a un genitore, a un trauma o a un episodio dell’infanzia. La mente umana è molto più complessa di una semplice equazione causa-effetto.
Bensì perché ogni esperienza umana nasce dentro una storia.
Un bambino che impara molto presto che mostrarsi fragile espone al rischio di essere rifiutato potrà, da adulto, diventare straordinariamente autonomo. Così autonomo, forse, da non riuscire più a chiedere aiuto.
Un bambino che ha dovuto conquistarsi l’attenzione di un genitore imprevedibile potrà diventare un adulto attentissimo ai segnali dell’altro, capace di cogliere ogni minima variazione nel tono della voce, in un messaggio, in uno sguardo. E magari chiamerà questa sua capacità «sensibilità», quando talvolta è anche una forma di allerta.
Un bambino che ha imparato che l’amore può improvvisamente venire meno potrà, da adulto, desiderare profondamente una relazione e contemporaneamente fare di tutto per non dipendere troppo da essa.
Non significa che il passato abbia deciso il nostro destino.
Significa che, per comprendere ciò che oggi ci accade, può essere necessario conoscere il modo in cui abbiamo imparato a stare al mondo.
E qui, forse, si trova uno degli aspetti più interessanti della psicoanalisi.
Non si tratta semplicemente di guardare indietro.
Si tratta di tornare indietro per comprendere ciò che, nel presente, continua ad accadere.
Perché spesso ripetiamo senza sapere di ripetere.
Scegliamo senza sapere fino in fondo che cosa ci orienti nelle nostre scelte.
Ci innamoriamo di persone che sembrano diverse, ma che finiscono per farci sentire qualcosa di sorprendentemente familiare.
Ci lamentiamo di ciò che l’altro non ci dà e, contemporaneamente, continuiamo a scegliere proprio situazioni nelle quali quella mancanza è quasi inevitabile.
Oppure fuggiamo esattamente da ciò che diciamo di desiderare.
È qui che il passato torna a farsi presente.
Non come un ricordo da mettere semplicemente in ordine, ma come qualcosa che può continuare ad abitare il nostro modo di percepire, di desiderare e di entrare in relazione.
Il passato, in psicoanalisi, non è dunque un museo da visitare.
È piuttosto uno sfondo ancora attivo, spesso invisibile, sul quale il presente continua a disegnarsi.
E forse il compito di un’analisi non è nemmeno quello di trovare «la causa» della nostra sofferenza.
È permetterci di vedere meglio il disegno.
Riconoscere ciò che finora era rimasto sullo sfondo.
Comprendere perché certe esperienze ci feriscono così tanto, perché alcune situazioni ci risultano irresistibilmente familiari, perché continuiamo a tornare là dove diciamo di non voler più tornare.
E, soprattutto, poter cominciare a distinguere ciò che appartiene alla nostra storia da ciò che, invece, può ancora essere scelto diversamente.
Perché conoscere il proprio passato non serve a rimanervi prigionieri.
Al contrario.
A volte abbiamo bisogno di sapere da dove veniamo proprio per poter smettere, finalmente, di arrivare sempre nello stesso posto.