Ho paura di vivere

«Ho paura di vivere».

A volte una persona arriva in analisi e pronuncia una frase così. Non dice di avere paura di morire. Non parla necessariamente di angoscia, di depressione, di un sintomo preciso.

Dice qualcosa di più difficile da afferrare: ho paura di vivere.

Ma che cosa significa, davvero?

Forse significa avere paura di desiderare. Perché desiderare significa esporsi alla possibilità che qualcosa accada, ma anche che non accada. Significa rinunciare, almeno in parte, al controllo e accettare che tutto ciò che è “altro da noi” non sia prevedibile, che una relazione possa finire, che un progetto possa fallire, che una scelta possa cambiare la nostra vita.

Vivere implica sempre una quota di rischio.

E allora può accadere che una persona costruisca intorno a sé una vita sufficientemente protetta: relazioni che non la coinvolgono troppo, desideri continuamente rimandati, decisioni lasciate in sospeso, emozioni tenute a distanza. Non necessariamente perché non desideri vivere, ma perché ha imparato a confondere la sicurezza con la vita.

In questi casi il problema non è l’assenza di desiderio, ma il terrore delle sue conseguenze.

Perché desiderare significa uscire da una posizione conosciuta, perdere qualcosa dell’equilibrio precedente, in un certo senso, diventare diversi da come si era.

Nel corso di un’analisi s’incontra spesso proprio questo punto: il conflitto tra ciò che desideriamo e ciò che temiamo di perdere se finalmente ci concedessimo di desiderarlo.

Per questo, talvolta, ciò che chiamiamo inibizione non è semplicemente una mancanza di coraggio. È una soluzione psichica. Una soluzione costosa, certamente, ma costruita per proteggerci da qualcosa che, un tempo, è stato percepito come troppo pericoloso.

Non scegliere può allora proteggere dal rimpianto.

Non amare può proteggere dall’abbandono.

Non desiderare può proteggere dalla frustrazione.

Non cambiare può proteggere dalla paura di scoprire chi siamo diventati.

Il prezzo, però, è alto, perché ciò che protegge dal dolore può finire per proteggerci anche dalla possibilità della gioia.

E forse è qui che l’affermazione «ho paura di vivere» diventa clinicamente interessante.

Non perché debba essere immediatamente corretta o rassicurata, quanto piuttosto d’essere ascoltata.

Di quale vita hai paura?

Di quella che potresti perdere?

Di quella che potresti finalmente avere?

Oppure della persona che potresti diventare se smettessi di vivere secondo ciò che ti ha protetto finora?

In analisi non si tratta di insegnare a qualcuno a vivere, bensì, più radicalmente, di creare le condizioni perché possa cominciare a riconoscere che cosa, dentro di sé, lo trattiene dal vivere.

Poiché qualche volta non abbiamo paura della vita.

Abbiamo paura di ciò che la vita chiede a noi: di desiderare, di scegliere, di perdere, di separarci, di cambiare.

E soprattutto, di scoprire che non possiamo vivere senza essere trasformati da ciò che viviamo.

Allora, forse, la domanda non è più: «Come posso smettere di avere paura di vivere?»

Ma: «Che cosa dovrei rischiare, se volessi davvero cominciare a vivere?»

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