“Io vulesse truvà pace;
ma na pace senza morte.
Una, mmiez’a tanta porte,
s’arapesse pè campà!”
In questi pochi versi, Eduardo De Filippo esprime un desiderio profondamente umano: trovare pace senza dover rinunciare alla vita.
Non chiede di scomparire.
Non cerca il silenzio definitivo.
Non desidera fuggire dal mondo.
Chiede qualcosa di molto più difficile.
Una pace che possa convivere con l’esistenza.
Perché vivere significa essere continuamente attraversati da richieste, responsabilità, aspettative, imprevisti. La famiglia, il lavoro, gli affetti, le preoccupazioni economiche, le incertezze del futuro: ogni giorno siamo chiamati a rispondere a qualcosa o a qualcuno.
E così accade che la pace venga immaginata come un altrove.
Come una condizione che arriverà solo quando i problemi saranno risolti, quando gli altri smetteranno di pretendere, quando le circostanze saranno finalmente favorevoli.
Ma quel momento raramente arriva.
La lezione che si può cogliere nei versi di Eduardo è diversa: la pace non consiste nell’assenza di conflitti, bensì nella possibilità di abitare la propria vita senza esserne continuamente travolti.
Sovente, nella clinica, si osserva come una parte della nostra sofferenza nasca proprio dall’impossibilità di concederci una tregua. Ci sentiamo in dovere di essere sempre all’altezza, sempre disponibili, sempre produttivi, sempre pronti a rispondere alle aspettative degli altri.
Eppure la pace non si trova alla fine della corsa.
Forse nasce quando smettiamo di rincorrere l’idea di una vita perfettamente ordinata e iniziamo a riconoscere i nostri limiti, i nostri bisogni, il nostro diritto a fermarci.
La “porta” di cui parla Eduardo potrebbe essere proprio questa: un passaggio verso una forma più umana di esistenza, dove non è necessario sparire per trovare sollievo.
Perché la vera pace non è uscire dalla vita.
È riuscire, finalmente, a starci dentro senza sentirsi costantemente in guerra con se stessi.
Molti cercano la pace fuggendo dalla vita. Forse la pace che cercava Eduardo era un’altra: quella che permette di vivere senza smettere di appartenere a se stessi.