Ci sono pensieri che non nascono cattivi.
Nascono soli.
Nascono in un momento della vita in cui qualcosa dentro il soggetto non ha trovato ascolto, parola, riconoscimento. Un’umiliazione, una paura, una ferita, una sensazione di esclusione o di inadeguatezza che non ha incontrato nessuno disposto a sostenerla davvero. E allora quel pensiero, lasciato a sé stesso, comincia lentamente a deformarsi.
Forse anche ciò che chiamiamo “pensiero paranoico” andrebbe guardato così: non soltanto come un errore della mente, ma come il destino di un dolore rimasto troppo a lungo senza interlocutore.
La psicoanalisi mette in luce un fatto essenziale: l’essere umano ha bisogno di dare un senso a ciò che prova. Il dolore psichico puro, quando non trova contenimento, diventa quasi intollerabile. E così la mente tenta comunque una soluzione. Anche a costo di costruire spiegazioni rigide, persecutorie, sospettose.
Meglio pensare che qualcuno ce l’abbia con noi, piuttosto che precipitare nell’angoscia informe di sentirsi invisibili, non amati, trascurati o privi di valore.
Meglio credere a un nemico esterno che entrare in contatto con una ferita interna che al tempo non ha trovato nessuno capace di riconoscerla.
In questo senso il pensiero paranoico può apparire come una forma disperata di organizzazione del dolore. Una difesa. Certo, una difesa che può diventare molto distruttiva, perché irrigidisce il rapporto con la realtà e con gli altri, ma che inizialmente nasce spesso dal tentativo di sopravvivere psichicamente a qualcosa di troppo difficile da sostenere.
Quando un vissuto non viene accolto, tende infatti a radicalizzarsi.
Ciò che non viene ascoltato, urla.
Ciò che non viene pensato insieme a qualcuno, rischia di trasformarsi in certezza assoluta.
E le certezze assolute, nella vita psichica, sono spesso il segnale che il dubbio è diventato troppo doloroso da tollerare.
Per questo la cura, in psicoanalisi, non consiste anzitutto nel contraddire il soggetto o nello smontare brutalmente le sue convinzioni. Farlo troppo presto rischia anzi di aumentare la sensazione persecutoria. Occorre invece provare a comprendere quale sofferenza, quale abbandono, quale esperienza antica abbia reso necessaria quella costruzione mentale.
Dietro molte forme di sospetto cronico, di lettura ostile del mondo o di convinzioni persecutorie, si nasconde talvolta una storia di bisogni emotivi rimasti senza risposta.
Non ogni pensiero paranoico nasce allo stesso modo, e non ogni sofferenza può essere ricondotta a un’unica spiegazione. Ma forse, prima di giudicare certi irrigidimenti della mente, sarebbe utile chiedersi: quale dolore ha dovuto imparare a difendersi così?