Quando una relazione finisce

Il lavoro psichico della separazione e la possibilità di ritrovare se stessi


Ci sono relazioni che finiscono e, con il tempo, sembrano trovare una collocazione nella nostra storia. Altre, invece, continuano a vivere dentro di noi molto tempo dopo che sono terminate.

Ci chiediamo allora perché.

Perché alcune separazioni, pur dolorose, riescono lentamente a lasciare spazio a qualcosa di nuovo, mentre altre sembrano tenerci prigionieri del momento esatto in cui sono finite?

La risposta più immediata sarebbe: perché abbiamo perso una persona che amavamo.

Ma, a pensarci bene, questa spiegazione non basta.

Se bastasse la perdita dell’altro, tutti soffriremmo nello stesso modo. E invece non è così. La stessa esperienza può attraversare persone diverse producendo sofferenze profondamente differenti.

Questo significa che non soffriamo soltanto per ciò che abbiamo perso.

Soffriamo anche per il significato che quella relazione aveva assunto dentro di noi.

Ed è proprio da qui che, a mio avviso, può iniziare un autentico lavoro psicoterapeutico.

Non perdiamo soltanto una persona

Quando una relazione finisce, spesso diciamo: «Mi manca lui», oppure «Mi manca lei».

Ed è certamente vero.

Ma ascoltando più attentamente quel dolore, può emergere qualcosa di meno evidente: insieme all’altro abbiamo perso anche una parte della nostra esperienza di noi stessi.

Mi viene in mente una paziente che, dopo una separazione, continuava a ripetere: «Mi manca lui».

Dopo alcuni mesi di lavoro, a un certo punto si fermò e disse:

«Forse non mi manca soltanto lui… mi manca la donna che ero quando mi sentivo amata da lui».

In quella frase c’era qualcosa di importante.

Non stavamo più cercando soltanto di comprendere la perdita di una persona. Stavamo iniziando a cercare una parte di lei.

Perché quando una relazione è significativa, non occupa soltanto uno spazio nella nostra vita: contribuisce a costruire una versione di noi stessi.

Perdiamo un progetto.

Un futuro che avevamo iniziato a immaginare.

Abitudini quotidiane.

Rituali.

Luoghi.

Parole.

Ma, soprattutto, possiamo perdere temporaneamente quella parte di noi che, attraverso l’altro, si sentiva scelta, desiderata, amata.

È anche per questo che la separazione può assumere le caratteristiche di un lutto particolarmente complesso.

Il lavoro del lutto

Freud descriveva il lavoro del lutto come quel processo attraverso il quale l’investimento affettivo rivolto all’oggetto perduto viene progressivamente ritirato.

È una formulazione teorica che può sembrare lontana dalla vita quotidiana, ma che, tradotta in termini più semplici, dice qualcosa di profondamente umano.

Significa imparare, poco alla volta, a riportare dentro di noi ciò che avevamo inconsapevolmente affidato all’altro.

La nostra sicurezza.

Il nostro valore.

La nostra capacità di sentirci desiderabili.

Perfino l’idea di poter essere felici.

È un lavoro lento e proprio perché lento, non può essere accelerato.

Oggi, invece, sembriamo avere sempre più difficoltà a tollerare ciò che richiede tempo. Vorremmo sapere rapidamente cosa fare, come stare meglio, come dimenticare, come ricominciare. E dunque anche il dolore dovrebbe avere una scadenza.

Ma il dolore psichico non funziona così.

Abbiamo dimenticato l’assenza?

Forse una parte della difficoltà contemporanea nell’attraversare una separazione ha anche a che fare con il modo in cui la tecnologia ha modificato la nostra esperienza della distanza.

I social ci hanno abituati a una presenza quasi continua.

L’altro è più facilmente raggiungibile. Possiamo vedere dove si trova, cosa fa, con chi è, cosa pubblica. Possiamo mandare un messaggio, ricevere una notifica, controllare una storia.

La distanza, in qualche modo, sembra essere diventata qualcosa da eliminare il più rapidamente possibile.

Eppure ogni relazione, anche quella più sana, ha bisogno di conoscere anche l’assenza.

Poiché è proprio nel distacco che impariamo a tollerare l’attesa, a fare spazio al desiderio e a scoprire che un legame può continuare a vivere dentro di noi anche quando l’altra persona non è fisicamente presente.

Quando invece ogni distanza viene immediatamente colmata, rischiamo di perdere una competenza emotiva fondamentale: quella di stare, almeno per un po’, dentro un vuoto senza viverlo immediatamente come un abbandono.

È spesso proprio in quello spazio che la mente cresce, i sentimenti si chiariscono e i legami acquistano una profondità diversa.

Forse abbiamo bisogno di recuperare la capacità di stare anche dove non accade nulla. Dove non arriva nessun messaggio. Dove non c’è nessuna risposta. Dove l’altro non è immediatamente disponibile.

Perché è anche lì che impariamo qualcosa di fondamentale sul nostro modo di stare in relazione.

Il dolore non è un nemico

Viviamo in una cultura che tollera sempre meno la sofferenza.

Troviamo consigli su come dimenticare un ex in pochi giorni, video di pochi secondi che promettono di guarire il cuore, frasi motivazionali che invitano semplicemente ad andare avanti.

Ma forse il dolore non è qualcosa da eliminare il più rapidamente possibile.

È qualcosa come un messaggero.

E allora forse la domanda non dovrebbe essere soltanto:

«Come faccio a smettere di soffrire?»

Potremmo provare a formularne un’altra:

«Perché questa perdita mi fa soffrire proprio in questo modo?»

Ed è molto diversa.

Perché a quel punto smettiamo progressivamente di parlare soltanto dell’ex partner e cominciamo a parlare della persona che soffre.

Della sua storia.

Del suo modo di amare.

Delle sue paure.

Delle sue aspettative.

Delle sue fragilità.

Ogni relazione importante, infatti, può riattivare qualcosa che ci appartiene già.

C’è chi teme profondamente l’abbandono.

Chi ha bisogno continuo di conferme.

Chi sente di dover meritare l’amore. 

Chi vive la distanza dell’altro come una prova del proprio scarso valore.

Molto spesso tutto questo non nasce nella relazione appena conclusa.

Quella relazione lo rende semplicemente visibile.

Ed è qui che una separazione può diventare, paradossalmente, anche un’occasione di conoscenza.

«Mi capitano sempre gli stessi uomini»

Nel lavoro psicoterapeutico capita spesso di ascoltare frasi come questa, oppure:

«Finisco sempre con donne che mi fanno soffrire».

È comprensibile, ma raramente ciò che accade nelle nostre relazioni è soltanto qualcosa che ci «capita».

Ricordo un uomo che mi disse:

«Non capisco perché finisco sempre con donne che, prima o poi, prendono le distanze».

Nel tempo si rese conto che era proprio lui, inconsapevolmente, a sentirsi attratto da persone poco disponibili emotivamente.

Non perché gli facesse bene, ma perché quel modo di stare nelle relazioni gli era profondamente familiare.

A volte ciò che ci ferisce è anche ciò che conosciamo meglio.

Potremmo dirlo così: preferiamo un dolore conosciuto a una felicità sconosciuta.

Non perché desideriamo soffrire, naturalmente, ma perché ciò che conosciamo, anche quando è doloroso, possiede una familiarità che può rassicurarci.

Una relazione nuova, invece, può costringerci a confrontarci con qualcosa che non sappiamo ancora riconoscere.

E ciò che non conosciamo può fare paura persino quando potrebbe farci stare bene.

La psicoanalisi ci ha insegnato a guardare con particolare attenzione alla ripetizione.

Non siamo condannati a ripetere sempre lo stesso copione, ma spesso abbiamo bisogno di comprenderlo prima di poterlo modificare.

Il lavoro terapeutico può allora diventare un percorso verso una libertà nuova: non quella di evitare ogni sofferenza, ma quella di non essere più costretti a scegliere inconsapevolmente ciò che ci è familiare.

Che cosa accade nella stanza di analisi?

Quando arriva una persona devastata dalla fine di una relazione, la prima cosa che posso offrirle è uno spazio.

Uno spazio nel quale tutto possa essere raccontato senza paura di essere giudicati.

La rabbia.

La nostalgia.

Il senso di colpa.

Il desiderio di tornare indietro.

Perfino quei comportamenti di cui spesso ci si vergogna, come controllare continuamente i social dell’ex.

Come cercare segnali.

Come rileggere vecchi messaggi.

Come aspettare una risposta che probabilmente non arriverà.

Per me, ogni dettaglio può essere importante.

Non perché ogni comportamento debba essere interpretato immediatamente, ma perché ogni dettaglio può raccontare qualcosa del significato che quella relazione aveva assunto.

La psicoterapia non dovrebbe offrire scorciatoie per smettere di soffrire.

Dovrebbe offrire la possibilità di comprendere ciò che sta accadendo dentro di noi.

Perché ciò che viene semplicemente evitato oggi, molto spesso, torna domani.

Magari nella relazione successiva.

Quando possiamo dire che una relazione è stata elaborata?

Non certo quando abbiamo dimenticato.

Anzi, diffido sempre un po’ di chi dice:

«L’ho cancellato completamente dalla mia vita».

Non credo che elaborare una relazione significhi cancellarla.

Una persona che abbiamo amato rimane nella nostra storia.

Il punto è un altro:

poter ricordare senza essere sequestrati dal ricordo.

La persona rimane, ma smette di occupare il centro della nostra vita.

Il ricordo resta, ma non determina più le nostre giornate.

La nostalgia può continuare a esistere, senza trasformarsi necessariamente nel desiderio di tornare indietro.

E soprattutto, da quell’esperienza può rimanere qualcosa che prima non avevamo: una conoscenza nuova di noi stessi.

Comprendiamo meglio come amiamo.

Che cosa cerchiamo.

Che cosa temiamo.

Quali bisogni affidiamo all’altro.

Quali ferite rischiano di riattivarsi nei nostri legami.

È questa conoscenza che può rendere le relazioni future più libere.

Non perché finalmente avremo imparato a non avere più bisogno di nessuno, ma perché potremo scegliere l’altro senza chiedergli di essere ciò che soltanto noi possiamo imparare, lentamente, a diventare per noi stessi.

L’assenza non coincide con la perdita

Forse è proprio qui che possiamo tornare alla domanda iniziale.

Perché alcune separazioni, con il tempo, riescono a trasformarsi in una parte della nostra storia, mentre altre continuano a occupare il presente?

Forse perché elaborare una perdita non significa soltanto lasciare andare l’altro.

Significa anche recuperare ciò che avevamo affidato a lui.

E imparare che la sua assenza non cancella ciò che siamo stati con lui.

Non cancella l’amore.

Non cancella ciò che abbiamo vissuto.

Non cancella nemmeno la parte di noi che quella relazione aveva contribuito a far emergere.

La integra.

È forse questo il senso più profondo del lavoro del lutto: non smettere di aver amato, ma smettere lentamente di aspettare che quell’amore torni a salvarci.

E scoprire che possiamo tornare ad affidarci, con maggiore fiducia, a noi stessi.

Forse uno dei compiti più importanti dell’età adulta è proprio questo: imparare che l’assenza non coincide necessariamente con la perdita.

Perché solo chi riesce a tollerare l’assenza può vivere la presenza dell’altro come una scelta, e non come una necessità.

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