La solitudine…

La solitudine non coincide con l’assenza degli altri. Non è una questione di stanze vuote o di tavoli apparecchiati per uno. La solitudine, quella che punge davvero, prende forma altrove: nell’impossibilità di stare in compagnia di ciò che ci abita.

Ci sono persone circondate da legami, da conversazioni, da corpi presenti, eppure radicalmente sole. E ce ne sono altre che attraversano lunghi tratti di vita in apparente isolamento senza esserne devastate. La differenza non sta fuori, ma dentro: nella qualità del rapporto con il proprio mondo interno.

La psicoanalisi ci ha mostrato che non siamo mai soli davvero. Siamo abitati. Abitati da tracce, da voci interiorizzate, da affetti che chiedono ascolto. Ma questo “popolamento interno” non è di per sé rassicurante. Può diventare, al contrario, un luogo ostile, caotico, invivibile. Quando ciò accade, la solitudine emerge come incapacità di sostare lì dentro senza fuggire.

Fare compagnia a se stessi, essere con se stessi ospitali, non è un dato naturale, bensì una conquista. Richiede di poter tollerare ciò che si incontra: pensieri contraddittori, desideri non lineari, parti di sé che non coincidono con l’immagine che vorremmo sostenere. Richiede, soprattutto, di non trasformare ogni moto interno in qualcosa da zittire, correggere o espellere.

Molti dei nostri modi di “stare con gli altri” sono in realtà tentativi di non stare con noi stessi. L’iperattività relazionale, il bisogno continuo di scambio, persino certe forme di intimità compulsiva, possono funzionare come anestetici. Non perché l’altro non conti, ma perché viene utilizzato come barriera contro l’incontro con ciò che, dentro, inquieta.

In analisi, uno dei passaggi più delicati riguarda proprio questo: la possibilità che la persona impari gradualmente a fare spazio a ciò che sente, senza doverlo immediatamente trasformare in azione o in parola rivolta all’esterno. È un apprendimento silenzioso, spesso scomodo. Ma è lì che si costruisce una forma diversa di compagnia: meno rumorosa, meno dipendente, più abitabile.

Essere soli, può diventare a quel punto, un’esperienza radicalmente diversa. Non più un vuoto da colmare, ma uno spazio in cui qualcosa può finalmente prendere forma. Non più una condanna, ma una condizione necessaria per incontrarsi.

Forse la vera domanda non è “Con chi sto?”, ma: “Riesco a restare con ciò che mi attraversa senza sentirmi abbandonato da me stesso?”.

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