Quando una parola smette di parlarci

Ci sono parole che crediamo di conoscere così bene, da non sentirle più.

Amore è una di queste.

La pronunciamo, la scriviamo, la invochiamo, la gridiamo. La usiamo per spiegare ciò che proviamo e, qualche volta, anche per giustificare ciò che facciamo. E tuttavia, se ci fermiamo un istante, se sospendiamo quel gesto quasi automatico con cui crediamo di aver già capito, ci accorgiamo di una cosa sorprendente: forse non sappiamo più davvero che cosa significhi.

È il destino delle parole più importanti. Più entrano nel linguaggio quotidiano, più rischiano di perdere profondità. Restano sulla superficie del discorso, mentre il loro significato continua a vivere molto più in basso.

Per la psicoanalisi, le parole non sono mai soltanto parole. Ognuna porta con sé una storia, un insieme di esperienze, di desideri, di mancanze. Per questo motivo non esiste un amore uguale per tutti.

Quando due persone pronunciano la parola amore, non stanno necessariamente parlando della stessa cosa.

Per qualcuno significa sentirsi finalmente al sicuro. Per qualcun altro significa essere scelto. Per altri ancora coincide con il bisogno di essere indispensabili, di non essere abbandonati, di essere riconosciuti. C’è chi chiama amore ciò che è dipendenza, chi lo confonde con il controllo, chi con il sacrificio, chi con il possesso. E c’è anche chi, dopo essere stato ferito, finisce per chiamare amore perfino ciò che continua a farlo soffrire.

L’inconscio, del resto, non utilizza il dizionario. Utilizza la memoria.

Ogni nostra definizione dell’amore è scritta, almeno in parte, dalle prime relazioni della nostra vita. Da come siamo stati guardati, ascoltati, contenuti. Da ciò che abbiamo ricevuto e, forse ancora di più, da ciò che ci è mancato.

È per questo che spesso non scegliamo soltanto una persona. Scegliamo anche una possibilità di riscrivere un’antica storia.

A volte sperando di guarirla.

A volte finendo inconsapevolmente per ripeterla.

Ecco perché, in analisi, raramente ci si accontenta delle definizioni. Non interessa tanto sapere che cosa una persona pensi dell’amore, quanto comprendere quale esperienza viva ogni volta che dice quella parola.

Perché, come dicevo, una parola non coincide mai con il suo significato nel vocabolario. Coincide con la vita che vi è rimasta dentro.

Forse il compito più difficile non è imparare nuove parole, bensì estituire profondità a quelle che credevamo di conoscere già.

Ogni tanto vale la pena fermarsi davanti a una parola importante e domandarsi, con autentica curiosità: che cosa significa davvero per me?

Perché è proprio in quel momento di sospensione, quando smettiamo di sapere troppo in fretta, che una parola può ricominciare a parlarci.

E forse, insieme a lei, può ricominciare a parlarci anche una parte di noi che da tempo aspettava di essere ascoltata.

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