Il torpore o la realtà: di cosa parliamo davvero quando scegliamo di non scegliere

“Sto bene”, mi ha detto, qualche settimana dopo la fine di una relazione durata anni. Lo diceva con un tono piano, quasi amministrativo, come si riferisce un dato acquisito. E in un certo senso era vero: il dolore acuto non c’era. Le giornate avevano una loro tenuta, gli impegni venivano rispettati, il sonno era tornato regolare. Ma qualcosa, in quella calma, non tornava — non aveva la consistenza di un equilibrio raggiunto, quanto quella di una stanza tenuta al buio perché la luce, in quel momento, sarebbe stata insopportabile.

Poi è arrivato un pomeriggio qualunque: una canzone sentita per caso, niente di più. E la ferita si è riaperta con una violenza del tutto sproporzionata rispetto a quel piccolo evento scatenante. Non perché il dolore fosse assente nelle settimane precedenti, ma perché era stato solo messo in pausa, non attraversato.

Questa oscillazione — tra la calma che protegge e la realtà che, prima o poi, bussa comunque — è forse la domanda più ricorrente che arriva in seduta, anche quando non viene mai posta con queste parole esatte: è meglio restare in un luogo dove nulla fa più male, o accettare di vedere le cose come stanno, anche quando fanno male?

La domanda ha una falsa semplicità. Sembra chiedere di scegliere tra due stati — l’anestesia e la lucidità — come se fossero due stanze diverse in cui si può decidere di entrare. Ma chi lavora clinicamente con la sofferenza psichica sa che la faccenda è più intricata, e più interessante.

Il torpore non è riposo

Il “beato torpore” in cui la mia paziente si era rifugiata non era mai stato, in realtà, una condizione di pace. Era piuttosto un compromesso: una zona intermedia in cui il conflitto psichico non veniva risolto ma sospeso. Freud lo aveva intuito descrivendo il principio di piacere come qualcosa che non cerca la verità, ma la scarica della tensione — un sollievo immediato che non si preoccupa di essere fondato. Il torpore, in questo senso, è un’operazione economica: costa meno, nel breve termine, di uno sguardo onesto su ciò che si è perso, su ciò che non si può avere, su ciò che è già accaduto e non si può disfare.

La realtà non è solo “quello che è vero”

Dall’altra parte, non bisogna neanche idealizzare il “confronto con la sobria realtà” come se fosse automaticamente sano, o come se la verità curasse per il solo fatto di essere detta. Winnicott ci ha lasciato un’indicazione preziosa: il bambino piccolo ha bisogno, all’inizio, di credere di aver creato lui stesso il mondo — l’illusione dell’onnipotenza, resa possibile da una madre “sufficientemente buona” che si adatta ai suoi bisogni al punto giusto e nel momento giusto. Solo gradualmente, attraverso piccole e tollerabili disillusioni, il bambino impara che il mondo esiste indipendentemente da lui. Se questo processo è troppo brusco, troppo precoce, o troppo violento, la realtà non diventa una risorsa ma una minaccia da cui difendersi — di nuovo, con il torpore.

Questo significa che la capacità di reggere la realtà non è un dato di partenza, né una virtù morale da esercitare a forza di volontà. È un esito. È il risultato di un lungo lavoro — spesso lo stesso lavoro del lutto — in cui l’illusione viene abbandonata a piccole dosi, in un ritmo che l’apparato psichico può sostenere senza frantumarsi.

Il vero antagonista non è la realtà, ma la ripetizione

Se c’è un nemico clinico in questa storia, non è il torpore in sé — che ha anche una funzione difensiva legittima, temporanea, persino necessaria in certi momenti acuti — ma la sua cristallizzazione in coazione a ripetere. Il torpore diventa patologico quando smette di essere una pausa e diventa uno stile: quando ogni volta che la realtà bussa, la risposta automatica è richiudere gli occhi, ripetere lo stesso compromesso, evitare lo stesso lutto. A quel punto non si tratta più di scegliere tra due stati, ma di essere bloccati in uno solo, senza nemmeno la libertà di accorgersene.

Il lavoro clinico, allora, non consiste nello spingere il paziente verso la “verità” come se fosse un farmaco da somministrare a dosi crescenti. Consiste piuttosto nel creare le condizioni — uno spazio, un tempo, una relazione sufficientemente affidabile — perché la persona possa permettersi di guardare un po’ di più di quanto riusciva a guardare prima. Un millimetro alla volta. Non perché la realtà sia bella. Ma perché è l’unico luogo in cui, alla fine, si può anche tornare a desiderare qualcosa di vero.

Non una scelta, ma una capacità

Forse la domanda iniziale andrebbe allora riformulata. Non “cosa è meglio”, ma: quanto siamo capaci, in un dato momento della nostra vita, di reggere lo scarto tra ciò che vorremmo e ciò che è? E quanto possiamo aiutare — in seduta, o semplicemente nella vita — qualcuno ad allargare, di poco, quella capacità, senza costringerlo a un confronto che non è ancora in grado di sostenere?

Il torpore e la lucidità, guardati così, non sono più due destinazioni opposte. Sono due poli di un’oscillazione che, quando è sana, ci permette di riposare senza sparire, e di vedere senza essere distrutti.

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