Lo spazio tra noi

C’è un’idea silenziosa, quasi seducente, che attraversa molte relazioni: quella della fusione. L’idea, cioè, che stare bene insieme significhi finalmente smettere di essere soli, trovare qualcuno in cui sciogliersi, qualcuno che ci completi al punto da non sentire più mancanze.
Eppure, ogni volta che questa fantasia si avvicina troppo alla realtà, qualcosa si incrina.
Perché la fusione, se presa sul serio, non è amore, ma perdita.
Perdita dei confini, delle differenze, della possibilità stessa di incontrarsi.
In una prospettiva psicoanalitica, lo stare bene insieme non nasce dall’assenza di distanza, ma dalla sua trasformazione. Non è il superamento della separazione, ma la capacità di abitarla senza viverla come una minaccia. Due soggetti non si incontrano annullandosi, ma sostenendo il peso e insieme la ricchezza della propria irriducibilità.
All’inizio della vita, il legame passa inevitabilmente attraverso forme di fusione: il neonato non distingue tra sé e l’altro, tra bisogno e risposta. Crescere significa progressivamente uscire da questa indistinzione, tollerando che l’altro non sia un’estensione di sé,  desiderando, pensando e sentendo in modo autonomo.
È qui che si gioca qualcosa di decisivo anche nelle relazioni adulte.
Stare bene insieme non è tornare a quella fusione originaria, ma rinunciare ad essa senza rinunciare al legame. È accettare che l’altro non ci appartenga, e proprio per questo possa incontrarci davvero.
La differenziazione, allora, non è distanza fredda o difesa, ma la condizione stessa del contatto, perché solo ciò che è separato può toccarsi.
Quando due persone riescono a rimanere se stesse, con i propri ritmi, le proprie zone d’ombra, le proprie opacità e allo stesso tempo trovano un punto di contatto, accade qualcosa di raro: una relazione viva. Non perfetta, non simmetrica, ma reale.
In questo senso, il legame non è uno spazio in cui perdersi, ma uno spazio in cui riconoscersi anche attraverso l’altro.
Forse, allora, stare bene insieme non è smettere di cercare nell’altro ciò che ci manca, ma smettere di pretendere che lo colmi, lasciandolo essere altro, senza che questo diventi distanza. Arrivando ad accorgersi, a un certo punto, che è proprio lì in quello scarto che non si annulla che il legame prende forma.

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