Il gioco senza regole non è un gioco

A prima vista sembra una provocazione, quasi un paradosso. Siamo abituati a pensare al gioco come spazio di libertà, di creatività, di espressione spontanea. Eppure, se ci si ferma un momento, si scopre che senza un confine, senza una struttura minima condivisa, ciò che resta non è più gioco: è caos, oppure agito.

La psicoanalisi lo sa bene: il gioco, per poter esistere, ha bisogno di un “dentro” e di un “fuori”. Ha bisogno di un campo delimitato, di un tempo riconoscibile, di regole che non soffochino ma che rendano possibile l’esperienza stessa. Pensiamo al bambino: quando gioca, non è mai completamente senza regole. Anche nel gioco apparentemente più libero, ci sono sequenze, ripetizioni, piccoli rituali. Sono proprio questi a permettere al bambino di trasformare l’esperienza, di simbolizzare.

Senza regole, infatti, non si simbolizza: si scarica. Ed è qui che la questione si fa più interessante, perché spesso, nella vita adulta, ciò che chiamiamo “libertà” assomiglia molto a un gioco senza regole: relazioni senza confini, desideri senza mediazione, parole senza responsabilità. Quello non è gioco, piuttosto è una forma di acting out, dove il soggetto non gioca con la propria esperienza ma ne è attraversato, a volte travolto. Le regole, allora, non sono il nemico del gioco, ma la sua condizione.

In analisi questo è evidente: il setting (orari, durata, pagamento, posizione) non è un dettaglio tecnico, ma la cornice che rende possibile il lavoro psichico. È ciò che permette al paziente di “giocare” con i propri pensieri, con i propri fantasmi, con le proprie ripetizioni. Senza quella cornice, il rischio è che tutto si trasformi in agito o in confusione indifferenziata.

C’è qualcosa di profondamente umano in questo bisogno di regole. Non perché l’essere umano ami i limiti in sé, ma perché solo dentro un limite può emergere qualcosa di proprio. Il limite non è solo una barriera: è anche una superficie su cui si può lasciare un segno.

La questione allora, forse, non è liberarsi dalle regole, ma interrogarsi su quali regole rendono possibile il proprio gioco. Perché non tutte le regole sono uguali. Alcune imprigionano, altre sostengono. Alcune sono imposte dall’esterno e non lasciano spazio, altre vengono interiorizzate e diventano struttura, ritmo, possibilità.

E allora la domanda, più che “posso giocare senza regole?”, diventa un’altra: a quali regole sto giocando, e cosa mi permettono di fare? Perché è lì, in quella tensione tra vincolo e libertà, che il gioco diventa davvero tale. E, forse, anche la vita.

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