Fuggire dalla città, o da se stessi? 

C’è qualcosa di disarmante in Flight from the City nella rilettura di Víkingur Ólafsson.

Non accade quasi nulla; è proprio questo il punto. In un tempo che ci abitua alla saturazione (di suoni, di parole, di senso) questo brano sottrae. Mette a fuoco. Insiste su poche note, su variazioni minime, su un tempo che sembra non voler andare da nessuna parte.

E allora la domanda arriva quasi da sola: da cosa stiamo fuggendo, esattamente? Il titolo suggerisce una fuga dalla città. Ma la musica non ha nulla di concitato, nulla che assomigli davvero a un movimento di uscita. Piuttosto sembra un ritorno lento, quasi immobile. Come se la fuga non fosse nello spazio, ma nel rapporto con qualcosa di interno.

In termini psicoanalitici, potremmo dire che questo brano lavora contro la nostra abituale difesa: l’azione.
Quando qualcosa dentro di noi si muove troppo, troppo intensamente, tendiamo a fare, spostarci, parlare, riempire. La città, in questo senso, non è solo un luogo: è una condizione mentale. Rumore, accelerazione, evitamento.

Questa musica fa il contrario: ci toglie la possibilità di scappare attraverso il movimento, costringendoci, con una gentilezza quasi crudele, a restare. Sentire.  E sentire non è mai neutro.

Perché quando il ritmo rallenta, quando le variazioni sono minime, quando il tempo si dilata, emerge qualcosa che di solito teniamo sullo sfondo: una malinconia senza oggetto preciso, una forma di nostalgia che non sappiamo collocare.

Non è tristezza nel senso comune.
È più simile a un contatto.

Un contatto con una parte di noi che non ha urgenza di essere risolta.

La ripetizione, in questo brano, non è mai identica a se stessa. Ogni ritorno è leggermente diverso. Ed è qui che accade qualcosa di profondamente umano: ci accorgiamo che anche ciò che sembra uguale, un’emozione, un pensiero, un ricordo, non lo è mai davvero.

Mi piace pensare che possa essere proprio questa la “fuga” di cui parla il titolo. Non fuggire via, ma fuggire dall’illusione di dover sempre cambiare scena per cambiare stato interno.. Restare abbastanza a lungo dentro ciò che sentiamo, finché qualcosa, quasi impercettibilmente, si trasforma.

In questo senso, Flight from the City non ci porta altrove. Ci riporta qui, ma in un modo che avevamo dimenticato.

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