Imparare a sentirsi

“Per riuscire a sentirsi, bisogna essere stati sentiti”.

Sembra una frase semplice, quasi intuitiva, ma in realtà scardina un’idea molto radicata: quella che il contatto con sé stessi sia un atto solitario, un esercizio di introspezione che dipende esclusivamente dalla propria volontà. Come se bastasse “guardarsi dentro” per trovare qualcosa.

La clinica psicoanalitica racconta un’altra storia: il sentire non nasce nel vuoto. Non è un fenomeno spontaneo, auto-generato. È, piuttosto, un effetto di ritorno che si struttura a partire da un’esperienza originaria: essere stati accolti, riconosciuti, tradotti da un altro. Qualcuno che ha saputo prestare orecchio, ma soprattutto mente, a ciò che, da soli, non potevamo ancora nominare. Il bambino non sa cosa sente perché il sentire, prima ancora di essere consapevolezza, è caos corporeo, eccitazione, tensione. Serve un altro che lo raccolga, che lo organizzi, che lo rimandi indietro in una forma tollerabile. “Hai paura”, “sei arrabbiato”, “sei triste”. Non è solo un’etichetta, ma un atto di costruzione psichica. Essere sentiti, in questo senso, non significa semplicemente essere ascoltati. Significa essere interpretati senza essere traditi. Significa che qualcuno ha saputo stare abbastanza vicino al nostro stato interno da coglierne il senso, ma anche abbastanza distinto da non confonderlo con il proprio. Quando questo passaggio manca, o è stato fragile, intermittente, distorto, accade qualcosa di molto preciso: il soggetto fatica a sentirsi. Non perché non provi nulla, ma perché ciò che prova resta informe, opaco, a tratti persino estraneo.

Si vedono allora vite perfettamente funzionanti, ma emotivamente mute. Persone capaci di descrivere eventi, ma non esperienze, che sanno cosa fanno, ma non cosa sentono. Oppure, all’opposto, vite travolte da stati affettivi intensi ma indecifrabili, che non trovano parole e quindi nemmeno contenimento.

In entrambi i casi, ciò che manca non è il sentire. È l’essere stati sentiti.

Ed è qui che la psicoanalisi gioca la sua partita più delicata. Non insegnando al paziente a “guardarsi dentro”, come spesso si banalizza, ma offrendo, forse per la prima volta, un’esperienza diversa: quella di essere ascoltati in un modo che permette, gradualmente, di riconoscersi.

Il lavoro analitico, in fondo, costruisce le condizioni perché qualcosa possa finalmente accadere: che il soggetto inizi a sentire ciò che prima poteva solo agire, somatizzare o evitare.

Eppure c’è un punto che merita di essere detto senza edulcorazioni.

Essere stati sentiti non garantisce, automaticamente, la capacità di sentirsi. A un certo punto, quel movimento deve essere assunto. Interiorizzato. Fatto proprio. Non si può restare per sempre dipendenti da uno sguardo esterno che traduca.

Il rischio, altrimenti, è sottile: cercare continuamente qualcuno che ci senta al posto nostro, invece di usare quell’esperienza per iniziare, finalmente, a farlo da soli.

Forse allora la frase andrebbe completata.

Per riuscire a sentirsi bisogna essere stati sentiti. Ma poi, a un certo punto, bisogna anche tollerare di sentirsi senza più garanzie.

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