Ci sono domande che non risolviamo: ci accompagnano. Perché ho dovuto soffrire? è una di queste. Ma ce n’è una seconda, più scomoda, che la segue come un’ombra: perché faccio così fatica a pensare che avrei potuto imparare, crescere ed essere amato anche senza soffrire?
Forse perché, per molti di noi, la sofferenza non è stata soltanto un dolore da attraversare. È diventata la prova che ciò che siamo diventati è vero, guadagnato, meritato. Se non fosse servita, che cosa sarebbe stata?
Il male come prezzo del legame
Un bambino non può permettersi di pensare che chi lo accudisce sia inadeguato: da loro dipende tutto. Così, quando qualcosa non va, tende a concludere che il problema sia lui. È più sopportabile sentirsi sbagliati che sentirsi soli in un mondo di adulti che non bastano. Il dolore diventa il modo di restare in contatto con chi si ama. Fairbairn aveva descritto proprio questo: il bambino si carica della “cattiveria” dell’oggetto per poterlo conservare buono, perché è meglio essere un peccatore in un mondo governato da Dio che un innocente in un mondo governato dal Diavolo. Meglio un legame che ferisce che nessun legame.
Amare passando dall’adattamento
Poi, col tempo, si impara come si viene amati: essendo bravi, comprensivi, e soprattutto non pesanti. Si costruisce una versione di sé che funziona, che ottiene sorrisi e ne evita altri: quello che Winnicott chiamò Falso Sé, un’organizzazione difensiva che nasce per compiacere l’ambiente e proteggere il Sé autentico, che resta nascosto. È una soluzione geniale, e ha un costo: quella versione tiene a distanza proprio la persona che avrebbe bisogno di essere vista. Si soffre, anche, perché ci si perde un po’. E si finisce per credere che l’amore sia qualcosa che si paga con la rinuncia a sé.
Il diritto di stare bene
C’è poi un passaggio più sottile. Alcune persone non riescono a concedersi il benessere se prima non hanno sofferto abbastanza: la gioia arriva come qualcosa di sospetto, quasi di indebito, e lo stare bene chiede un pedaggio. Non perché amino soffrire, ma perché una parte di loro è convinta che nulla sia dovuto, e tutto vada saldato. Freud lo chiamò masochismo morale: un bisogno inconscio di punizione, legato al senso di colpa, che rende la sofferenza condizione per sentirsi autorizzati a stare meglio. È la stessa logica che lo portò a descrivere la reazione terapeutica negativa, quando un miglioramento arriva e subito qualcosa lo rovina. La sofferenza diventa una specie di biglietto d’ingresso alla vita buona.
Chi saremmo senza?
E c’è la paura più profonda, quella che raramente si dice. Se la sofferenza fosse stata superflua, chi saremmo noi? Per anni ha dato forma alla nostra storia, alle nostre scelte, al modo di stare con gli altri. Rinunciarvi non significa solo lasciare un dolore: significa non riconoscersi più. Difendiamo la nostra sofferenza perché difendiamo la continuità di chi siamo. John Steiner parlava di rifugi della mente: assetti psichici che offrono protezione e un’identità, e che proprio per questo si abbandonano con tanta fatica, anche quando fanno soffrire.
Il lutto per ciò che non c’è stato
Per questo pensare che si poteva fare diversamente è così faticoso. Non è un pensiero liberatorio, almeno all’inizio: apre una porta su una perdita. La perdita di un’infanzia più leggera, di una versione di sé che non ha dovuto difendersi, di un amore che non doveva essere conquistato. Sotto, spesso, c’è la rabbia: verso chi avrebbe potuto dare di più, o verso noi stessi per aver pagato così tanto qualcosa che non andava pagato. Freud, in “Lutto e melanconia“, mostrava quanto questa rabbia tenda a ricadere su di noi; e Bollas ha parlato del “conosciuto non pensato“, di ciò che abbiamo vissuto e portiamo dentro senza che nessuno lo abbia mai pensato insieme a noi. Prima di poterla sentire, preferiamo credere che tutto fosse necessario.
Ciò che serve davvero per crescere
Va detto con chiarezza, perché si tende a fare spesso confusione. Crescere richiede frustrazione: un limite, un’attesa, un “no” detto con cura. Ma questo non è il dolore di cui parliamo. La frustrazione che fa crescere è quella che qualcuno regge insieme a noi, in dosi che possiamo attraversare: è la “madre sufficientemente buona” di Winnicott, non perfetta, ma capace di fallire in modo graduale, tollerabile e riparabile, o la “frustrazione ottimale” di Kohut. Il resto, quello che ci ha lasciati soli a farcela, non ci ha formati: ci ha solo insegnato a resistere.
Che cosa cambia
Pensare che si poteva imparare senza soffrire non cancella nulla di ciò che abbiamo costruito, e non toglie valore alla fatica. Ma permette di distinguere ciò che siamo diventati grazie a quel dolore da ciò che siamo diventati nonostante quel dolore. È un passaggio triste, e anche più leggero: il passato smette di essere un debito da onorare e diventa una storia che possiamo finalmente guardare.