Ci sono assenze che non lasciano spazio. Lo occupano.
Qualcuno se ne va, interrompe una relazione, smette di rispondere, oppure semplicemente non è più disponibile come lo era prima. Eppure, proprio da quel momento, comincia a essere presente in un modo persino più insistente di quando condivideva con noi la quotidianità.
Lo pensiamo, ne anticipiamo le parole, immaginiamo che cosa direbbe in una determinata circostanza. Torniamo su una conversazione, cerchiamo nelle ultime frasi pronunciate un significato che allora ci era sfuggito. A volte arriviamo persino a discutere mentalmente con qualcuno che non è più lì ad ascoltarci.
L’altro non c’è, ma la relazione continua ad accadere dentro di noi.
Dal punto di vista psicoanalitico, questo paradosso ci conduce a distinguere la presenza reale dell’altro dalla sua presenza psichica. Non coincidono. La prima dipende dall’incontro, dalla reciprocità, dalla possibilità concreta di condividere uno spazio; la seconda appartiene al mondo interno, dove l’altro può continuare a vivere ben oltre la sua assenza, sottraendosi al tempo e alle circostanze che regolano la realtà.
Freud osservava che la realtà dichiara l’oggetto perduto, ma la libido si oppone a staccarsene: ogni ricordo, ogni attesa, ogni parola non detta viene richiamata e investita di nuovo. È questo sovrainvestimento che rende l’assente così ingombrante.
Non è più necessario che ci sia perché possa agire su di noi.
L’oggetto amato, nella sua dimensione interna, non è una semplice copia della persona reale. È anche ciò che abbiamo investito di desideri, aspettative, fantasie e significati; ciò che abbiamo sperato di essere per lui e ciò che abbiamo immaginato di poter diventare attraverso di lui.
Per questo, quando qualcuno si allontana, non perdiamo soltanto una persona. Possiamo perdere anche una possibilità di noi stessi.
Nell’altro depositiamo parti di noi: un modo di sentirci amabili, un’idea di chi potremmo essere. Quando l’altro si allontana, quelle parti restano senza dimora, e in terapia questo si sente spesso come un vuoto che non ha il volto di nessuno.
La sua assenza riapre allora una domanda che riguarda tanto l’altro quanto il nostro mondo interno: che cosa rappresentava per noi? Quale bisogno trovava in lui una risposta? Quale parte di noi aveva trovato, in quella relazione, un luogo in cui esistere?
Talvolta, ciò che ci tiene legati non è soltanto l’amore per chi non c’è più, ma anche l’impossibilità di rinunciare a ciò che, attraverso quell’amore, avevamo immaginato.
Ecco perché alcune separazioni non si esauriscono nel momento in cui accadono. La realtà può aver già pronunciato la propria parola, mentre la vita psichica continua a cercare un esito diverso. Una telefonata che non arriva, un incontro che non avviene, una spiegazione che non viene data: l’assenza diventa lo spazio nel quale il desiderio continua a costruire le proprie possibilità.
In questo senso, anche l’attesa può diventare una forma di legame. Finché aspettiamo, qualcosa rimane aperto. Finché cerchiamo di comprendere, possiamo rimandare il confronto con ciò che forse non troverà mai una risposta.
L’attesa, inoltre, protegge da qualcosa di meno confessabile: la rabbia. Finché speriamo, non dobbiamo odiare chi ci ha lasciato, né chiederci quanto, in quell’amore, fosse anche ambivalenza.
Non sempre, dunque, è la presenza dell’altro a mantenere viva una relazione. A volte è proprio la sua indisponibilità a renderla psichicamente interminabile.
Ma sarebbe troppo semplice concludere che occorra dimenticare, smettere di pensare, liberarsi dell’altro come se la vita interiore disponesse di un interruttore.
Il lavoro del lutto, in una prospettiva psicoanalitica, non consiste nel cancellare l’oggetto perduto. Consiste, piuttosto, nel riconoscere la perdita, attraversarne il dolore e trasformare progressivamente il rapporto con ciò che non è più disponibile nella realtà. È un lavoro che richiede tempo, perché ciò a cui dobbiamo rinunciare non è sempre soltanto qualcuno: è anche il futuro che avevamo immaginato con lui.
Ma non sempre il lutto segue questa strada. Freud lo distingueva dalla melanconia: nel lutto a impoverirsi è il mondo, che appare vuoto senza l’altro; nella melanconia a impoverirsi è l’Io. Quando l’ambivalenza verso chi se n’è andato non può essere riconosciuta, la rabbia non trova un destinatario e si rivolge contro di sé: l’ombra dell’oggetto cade sull’Io. Il rimprovero che spettava a chi ci ha lasciato diventa allora un giudizio su di noi: “se è andato via, sarà perché non valgo abbastanza”.
È una differenza che in clinica si avverte presto: c’è chi soffre per la mancanza dell’altro, e c’è chi, nell’assenza dell’altro, comincia a perdere se stesso.
Quando il lutto non trova la sua strada, la relazione tende a ripetersi: nelle stesse attese, nelle stesse scelte, negli stessi destinatari di un amore che cerca ancora la risposta mancata.
Non si tratta di dimenticare, ma di trasformare: l’altro smette di essere una presenza che occupa e diventa un oggetto interno che sostiene. Winnicott direbbe che è la capacità di restare soli, senza sentirsi abbandonati.
Non perché l’altro abbia smesso di essere importante, ma perché la sua importanza non debba più coincidere con la nostra impossibilità di proseguire.
Nessuno è più presente di qualcuno che non c’è.
Ma forse la questione, alla fine, non è quanto spazio continui a occupare chi se n’è andato.
È se quello spazio possa tornare, lentamente, a essere abitato anche da noi.