Si dice che chi traduce tradisca. Il gioco di parole è bello, ma la parentela è più profonda di un suono: tradire e tradurre condividono una radice semantica, il passaggio. Il primo viene dal latino tradere, consegnare; il secondo da traducere, condurre oltre. In entrambi qualcosa cambia di mano.
In studio vedo spesso persone che soffrono per un tradimento subito. Ma più a lungo si lavora, più emerge un tradimento precedente, e silenzioso: quello che hanno compiuto loro, da bambini, verso se stesse. Un bambino che capisce che certe sue emozioni mettono in difficoltà chi lo accudisce impara presto a consegnare quella parte di sé per non perdere il legame. Winnicott lo chiamava Falso Sé: una versione compiacente, funzionale, che protegge il vero Sé nascondendolo. È un tradimento in senso letterale: si consegna qualcosa di vivo per ottenere sicurezza.
Da adulti questo tradimento originario cerca spesso un’eco. Si scelgono relazioni in cui si viene lasciati, ingannati, non visti, e la persona è convinta di avere sfortuna. In realtà sta ripetendo una scena che conosce, nella speranza, mai dichiarata, che stavolta finisca diversamente. Freud la chiamava coazione a ripetere: ciò che non riusciamo a ricordare, lo mettiamo in atto.
È qui che entra il tradurre. Il lavoro analitico è, in fondo, un lavoro di traduzione: il sintomo, il sogno, il lapsus sono messaggi scritti in una lingua che il paziente non sa più leggere. L’analista non inventa nulla, accompagna il passaggio da una lingua all’altra. E come ogni traduzione, anche questa perde qualcosa. Un’interpretazione troppo precoce o troppo sicura tradisce il paziente quanto il tradimento che lo ha fatto soffrire: parla al posto suo. La buona traduzione clinica ha il pudore di lasciare visibile l’originale.
Resta la terza parola, tramandare. Ciò che non è stato tradotto si trasmette: i lutti non elaborati, le lealtà invisibili, i silenzi di famiglia passano da una generazione all’altra come eredità che nessuno ha scelto. Il figlio che “tradisce” il copione familiare, cambiando strada, rompendo il silenzio, viene spesso vissuto come un traditore. Eppure è l’unico modo in cui qualcosa può essere davvero tradotto, e quindi smettere di ripetersi.
Forse la domanda da portarsi a casa è questa: a chi, o a cosa, sto restando fedele? E a quale prezzo? Non ogni tradimento è una colpa, e non ogni fedeltà è una virtù. A volte, per non tradire se stessi, bisogna avere il coraggio di deludere qualcuno.