Non ti riconosco più

«Non ti riconosco più!»

Ci sono frasi che sembrano parlare di noi, ma che, a ben vedere, raccontano soprattutto il modo in cui gli altri si sono abituati a vederci.

A volte è una constatazione. Altre, una forma di rimprovero. Come se cambiare significasse tradire un’immagine condivisa, venir meno a un patto tacito che ci vorrebbe sempre uguali a noi stessi, fedeli a quella versione di noi sulla quale gli altri hanno costruito le proprie aspettative.

Ma chi è, esattamente, la persona che non viene più riconosciuta?

Forse è proprio quella che abbiamo imparato a essere per proteggerci. Quella che ha trasformato la diffidenza in prudenza, il controllo in sicurezza, la distanza in autonomia. Quella che ha fatto della propria corazza una seconda pelle, fino a dimenticare che, un tempo, era stata soltanto una difesa.

In psicoanalisi sappiamo che non tutto ciò che chiamiamo carattere è espressione della nostra natura. Talvolta ciò che sentiamo più nostro è ciò che abbiamo dovuto costruire per sopravvivere psichicamente a qualcosa che non eravamo ancora in grado di comprendere, elaborare o sostenere. Winnicott avrebbe parlato di un Sé che si organizza per adattamento, per non esporre ciò che è più vivo e più fragile a un ambiente che non era in grado di accoglierlo. E il rischio è che, a forza di adattarsi, quell’organizzazione diventi l’unica identità che ci è concesso riconoscere come nostra.

Le difese non sono un errore. Sono soluzioni che, in un determinato momento della nostra storia, ci hanno consentito di continuare a vivere, amare, desiderare, persino di non crollare.

Il problema nasce quando una soluzione diventa un destino. Quando ciò che ci ha protetti dal dolore finisce per proteggerci anche dalla possibilità di vivere diversamente.

È allora che il lavoro analitico può aprire uno spazio nuovo: non quello in cui impariamo a essere finalmente invulnerabili, ma quello in cui possiamo cominciare a fare a meno di una parte delle nostre protezioni. Non perché il mondo sia diventato improvvisamente innocuo, né perché il rischio di soffrire sia scomparso, ma perché qualcosa dentro di noi è diventato più capace di sostenere l’incertezza, la dipendenza, la delusione, il desiderio.

Abbassare le difese non significa smettere di proteggersi. E nemmeno consegnarsi a un’apertura indiscriminata, come se la vulnerabilità fosse un valore in sé. Significa conquistare la possibilità di scegliere: quando proteggersi e quando rischiare un incontro. Non esserne più interamente governati.

Eppure questo cambiamento può disorientare chi ci sta intorno. Le nostre trasformazioni non modificano soltanto il rapporto che abbiamo con noi stessi: alterano gli equilibri delle relazioni. Ogni legame, infatti, si regge su un accordo in gran parte inconscio, in cui ciascuno ha un posto e una funzione. Se per anni qualcuno ci ha conosciuti attraverso la nostra disponibilità, il nostro silenzio, la nostra remissività o il nostro bisogno di controllo, la comparsa di una persona meno prevedibile può essere vissuta come una perdita.

Non sempre gli altri sono pronti a riconoscere la nostra evoluzione. Talvolta hanno bisogno che restiamo quelli di prima, perché anche la loro posizione nella relazione dipendeva da chi eravamo. Quel «non ti riconosco più» può allora voler dire, più o meno consapevolmente: così io non so più chi sono, accanto a te.

C’è però un aspetto che si dice meno spesso. Chi cambia non è soltanto colui che viene perso dagli altri: è anche colui che perde qualcosa. In seduta capita che il cambiamento arrivi con un sentimento di estraneità, quasi di colpa, come se lasciare una difesa significasse abbandonare una parte di sé che ci ha tenuto in vita. Ogni trasformazione vera comporta un piccolo lavoro del lutto: per ciò che quelle protezioni ci hanno dato, e per ciò che hanno impedito.

E così, quando ci dicono «non ti riconosco più», potremmo domandarci se davvero siamo diventati qualcun altro oppure se, finalmente, stiamo smettendo di coincidere con ciò che abbiamo dovuto essere.

C’è una differenza sostanziale.

Nel primo caso, potremmo aver semplicemente sostituito una maschera con un’altra. Nel secondo, potremmo stare scoprendo che non siamo obbligati a indossarne sempre una.

Forse la libertà psichica comincia proprio qui: non quando non abbiamo più paura, ma quando la paura smette di decidere interamente al posto nostro. Quando possiamo permetterci di essere meno corazzati, senza sentirci per questo completamente indifesi.

Perché il lavoro su di sé non consiste necessariamente nel diventare qualcuno di nuovo. A volte consiste nel rinunciare, poco alla volta, a tutto ciò che abbiamo dovuto essere per non sentirci troppo esposti alla vita.

E se qualcuno, a quel punto, non ci riconosce più, forse non è sempre necessario convincerlo del contrario.

Potremmo limitarci a rispondere, con la pazienza di chi sa quanto tempo sia stato necessario per arrivare fin lì:

«Sapessi, amico mio, da quanto tempo ci lavoro su. E quanto ancora devo imparare a non difendermi da tutto ciò che, semplicemente, mi accade».

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