Il senso di colpa e la vergogna sono le punizioni che ci infliggono i nostri capi interni.
Sono le voci di un’autorità che abbiamo introiettato nel corso della nostra storia, spesso molto prima di poterla riconoscere come tale. Voci che, un tempo, potevano appartenere ai nostri genitori, alle persone da cui dipendevamo, a coloro il cui amore, la cui approvazione o il cui riconoscimento rappresentavano condizioni essenziali per sentirci al sicuro.
Crescendo, quelle voci smettono di avere necessariamente bisogno di qualcuno che le pronunci. Le portiamo dentro di noi. E impariamo a sorvegliarci.
Il senso di colpa ci condanna per ciò che abbiamo fatto, o per ciò che temiamo di aver fatto. La vergogna, invece, sembra spingersi più in profondità: non mette sotto accusa soltanto un nostro comportamento, ma investe il nostro stesso essere. Non abbiamo semplicemente sbagliato: siamo sbagliati.
È una differenza tutt’altro che marginale.
Perché se la colpa può ancora lasciare aperta la possibilità di riparare, di riconoscere un errore e di fare diversamente, la vergogna rischia di trasformare l’intera persona nell’oggetto della propria condanna.
In entrambi i casi, tuttavia, può accadere qualcosa di paradossale: diventiamo contemporaneamente il giudice, l’imputato e il carceriere di noi stessi.
La psicoanalisi ha descritto, attraverso il concetto di Super-Io, questa istanza psichica che osserva, giudica e punisce, talvolta con una severità sproporzionata rispetto alle nostre azioni reali. Un’autorità interna che non sempre si accontenta di impedirci di trasgredire, ma può arrivare a esigere che rinunciamo persino al desiderio di farlo.
Freud notò qualcosa che ancora sorprende: il Super-Io è spesso più severo dei genitori reali. Non si nutre soltanto di ciò che ci è stato detto, ma dell’aggressività che non abbiamo potuto rivolgere a chi amavamo e che si è ripiegata contro di noi.
In termini più precisi, la colpa nasce dalla tensione tra l’Io e il Super-Io: ho trasgredito un divieto. La vergogna nasce invece dallo scarto rispetto all’Ideale dell’Io, l’immagine di ciò che dovremmo essere per meritare amore: non ho infranto una legge, non sono come avrei dovuto essere.
Così, non ci sentiamo in colpa soltanto quando feriamo qualcuno, ma anche quando deludiamo un’aspettativa. Non proviamo vergogna soltanto quando ci esponiamo al giudizio altrui, ma anche quando ci scopriamo diversi dall’immagine che abbiamo imparato a dover incarnare.
Possiamo sentirci colpevoli per aver detto di no, per aver desiderato qualcosa che non ci è concesso desiderare, per esserci sottratti a una richiesta, per aver scelto noi stessi al posto di qualcun altro.
E possiamo vergognarci della nostra fragilità, della nostra dipendenza, della nostra rabbia, perfino del bisogno di essere amati.
Come se una parte di noi continuasse a domandarsi: chi ti ha autorizzato a essere così?
E la punizione non è solo sofferenza: è anche un legame. Finché mi punisco, resto in relazione con quella voce e con chi la pronunciava. Per questo, in analisi, capita che proprio quando qualcosa migliora la colpa ritorni più forte: stare meglio può essere vissuto come un tradimento.
Il problema non è, naturalmente, liberarsi da ogni senso di colpa o considerare ogni vergogna un residuo da eliminare. La capacità di riconoscere il danno arrecato all’altro, di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e di interrogarsi sui propri comportamenti appartiene alla vita psichica e alla possibilità di vivere insieme.
C’è una colpa che spinge a riparare e una che chiede solo di essere scontata. La prima guarda l’altro e il danno fatto; la seconda guarda noi e il nostro bisogno di essere puniti. Il problema nasce quando la seconda prende il posto della prima: quando la colpa diventa il prezzo da pagare per essere ciò che siamo, e la vergogna, invece di aiutarci a riconoscere un limite, ci convince di non meritare un posto nel mondo.
È allora che l’autorità interna smette di svolgere una funzione regolatrice e diventa persecutoria.
E forse la parte più difficile del lavoro analitico consiste proprio in questo: riconoscere che alcune delle condanne che sentiamo più intimamente nostre non sono necessariamente espressione della nostra coscienza, ma il risultato di antiche relazioni, di identificazioni inconsapevoli, di affetti che abbiamo dovuto organizzare per non perdere l’amore di cui avevamo bisogno.
Non si tratta di espellere questi capi interni, né di sostituire i loro ordini con una libertà senza limiti. Si tratta piuttosto di poterli riconoscere, ascoltarne le pretese, interrogare la loro provenienza e, soprattutto, sottrarsi all’obbligo di obbedire.
Perché diventare adulti, anche psichicamente, significa forse conquistare la possibilità di non essere sempre d’accordo con chi abita dentro di noi.
Di poter sbagliare senza sentirsi interamente sbagliati. Di poter deludere qualcuno senza sentirsi indegni del suo amore. Di poter desiderare senza dover immediatamente chiedere perdono per il proprio desiderio.
La libertà interiore comincia quando non abbiamo più bisogno di punirci per ogni volta che smettiamo di essere ciò che qualcuno, dentro di noi, si aspetta che siamo.