Il rischio di sentire: quando comprendere l’altro ci comprende


Comprendere davvero qualcuno non è mai un gesto innocuo. Non basta ascoltare ciò che dice, né intuire ciò che prova: comprendere richiede un movimento più radicale, quello che la clinica psicoanalitica chiama identificazione — lasciarsi abitare, per un tratto, dall’esperienza dell’altro, sospendere il proprio punto di osservazione, rinunciare alla comodità rassicurante delle proprie certezze.

Ed è qui che nasce la difficoltà.

Perché quando smettiamo di osservare l’altro da una distanza di sicurezza e proviamo ad attraversare il suo mondo interno, qualcosa dentro di noi si espone inevitabilmente. Cadono le difese più abituali — il giudizio rapido, l’interpretazione automatica, il bisogno di avere ragione — e ciò che resta è un Sé meno protetto dal ruolo che indossa. Non è un caso che la teoria tecnica parli di controtransfert: ciò che l’altro muove in noi non è rumore di fondo, è la via maestra della comprensione stessa.

La vera vicinanza emotiva non tollera maschere troppo rigide. Ogni incontro autentico chiede una piccola rinuncia al controllo — un cedimento, per quanto minimo, dell’Io osservante.

Forse è anche per questo che tanto spesso si preferisce spiegare l’altro piuttosto che sentirlo davvero: spiegare è un’operazione che ci tiene al riparo, sentire ci espone. Tenere le distanze rassicura. Entrare nel dolore, nella paura o nel desiderio di qualcuno, invece, ci costringe a incontrare in noi stessi zone che accuratamente evitiamo — resti non elaborati, identificazioni antiche, ferite che credevamo sepolte.

Un analista non comprende mai l’altro soltanto con la mente. Lo comprende attraverso ciò che quell’altro smuove dentro di lui — attraverso il proprio corpo, i propri vissuti, le proprie risonanze inconsce. Ogni relazione significativa diventa così uno specchio: non riflette solo l’altro, ma restituisce a noi ferite, mancanze, bisogni e fragilità che credevamo di aver ben occultato.

Eppure è proprio questa esposizione, questo margine di rischio, a rendere umano l’incontro.

Finché restiamo trincerati dietro le nostre difese, possiamo forse sentirci al sicuro, ma raramente ci sentiamo davvero vicini a qualcuno. La connessione autentica nasce solo quando accettiamo il rischio di essere attraversati dall’esperienza dell’altro, senza sapere fino in fondo cosa, di questo attraversamento, resterà a trasformarci.

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