Fermarsi non è perdersi


Ci sono epoche in cui fermarsi viene percepito quasi come una colpa. Si corre, si produce, si riempiono le giornate di impegni, notifiche, appuntamenti, parole. Non sempre perché si abbia davvero qualcosa di urgente da raggiungere, ma perché il movimento continuo dà l’illusione di non sentire.

Circola per le strade una paura silenziosa: quella che, se ci si ferma davvero, qualcosa dentro possa raggiungerci.

Il punto è che la frenesia non è sempre vitalità. A volte è difesa — nel senso clinico del termine: un modo sofisticato per non entrare in contatto con il vuoto, con la tristezza, con il senso di smarrimento o con quelle domande che attendono pazientemente sotto il rumore quotidiano.

L’esperienza analitica insegna che molte fughe quotidiane non servano solo a evitare il dolore, ma anche il confronto con sé stessi. Perché fermarsi significa esporsi a ciò che normalmente resta coperto dal movimento: mancanze, desideri irrisolti, solitudini, conflitti interiori.

Mi capita spesso, in seduta, di vedere pazienti che arrivano con l’agenda già piena, quasi a occupare lo spazio prima che lo spazio possa chiedere loro qualcosa. È solo quando si tollera qualche minuto di silenzio, senza riempirlo, che emerge ciò che il fare continuo teneva a distanza.

Eppure c’è qualcosa di profondamente paradossale in tutto questo: più si corre per non sentirsi perduti, più si rischia di non sapere più dove si sta andando.

Molte persone oggi non temono il fallimento. Temono il silenzio. Perché nel silenzio cadono le distrazioni e riemerge ciò che la mente aveva accuratamente anestetizzato.

Forse è anche per questo che la noia è diventata insopportabile. Non perché sia realmente vuota, ma perché apre uno spazio. E ogni spazio interiore può diventare una domanda.

“Chi sono quando smetto di fare?” “Cosa resta di me senza performance, senza ruoli, senza continua occupazione?”

Sono interrogativi che spaventano. Ma sono anche gli unici che permettono un contatto autentico con la propria vita — quello che Winnicott avrebbe chiamato il contatto con il vero Sé, distinto da tutto ciò che costruiamo per rispondere alle aspettative.

Fermarsi, allora, non coincide necessariamente con il perdersi. A volte è l’inizio opposto: è il momento in cui si smette finalmente di scappare abbastanza a lungo da potersi ritrovare.

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