Quando il dolore trova le parole

C’è un dolore che non si può evitare. Non perché siamo deboli o incapaci, ma perché appartiene alla struttura stessa dell’esperienza umana. La perdita, il limite, la separazione, il tempo che passa: tutto questo ci attraversa, prima o poi, senza chiedere permesso.
E poi c’è il modo in cui quel dolore prende forma dentro di noi.
Non tutto il dolore è uguale: ce n’è uno che resta opaco, muto, quasi estraneo. Lo subiamo, lo temiamo, a volte lo combattiamo, ma non riusciamo a trasformarlo perché è un dolore che non trova posto nella nostra storia, che non si lascia pensare, e proprio per questo tende a ripetersi, a incagliarsi, a diventare peso.
Ce n’è, poi, un altro, più raro e più difficile: un dolore che, pur restando tale, comincia a parlare. Non perché diventi piacevole (non lo diventa), ma perché acquista un senso. Non un senso astratto o razionale, ma un significato che ci riguarda, che si intreccia con la nostra storia, con i nostri legami, con ciò che siamo stati e con ciò che stiamo diventando.
È questo, forse, il “dolore giusto”.
Non “giusto” in senso morale, come se fosse meritato o necessario, ma giusto nel senso di “adeguato”, “proporzionato”, “abitabile”. Un dolore che possiamo portare senza esserne travolti, che possiamo attraversare senza doverci difendere continuamente da lui.
Un percorso psicoanalitico, in fondo, lavora proprio qui: non per eliminare il dolore, ma per renderlo pensabile, spostandolo da un piano in cui accade e basta, a uno in cui può essere riconosciuto, nominato, collegato. Quando questo accade, qualcosa cambia. Il dolore non scompare, ma si trasforma: da corpo estraneo diventa parte della nostra trama. E allora può essere metabolizzato.
Metabolizzare non significa dimenticare, né superare nel senso di lasciarsi alle spalle. Significa digerire lentamente, integrare, fare spazio. Significa permettere a ciò che fa male di trovare una collocazione dentro di noi, senza dover essere espulso o negato.
In questo senso, il dolore “giusto” è quello che, pur ferendo, non distrugge il senso di sé. Anzi, paradossalmente, può renderlo più solido, perché ci costringe a confrontarci con ciò che conta davvero, a distinguere l’essenziale dal superfluo, a riconoscere i nostri limiti senza doverli vivere come una condanna.
Forse non possiamo scegliere se soffrire o meno, ma, almeno in parte, possiamo lavorare sul modo in cui quel dolore prende forma dentro di noi.
E quando riusciamo, anche solo a tratti, a sentire che ciò che stiamo vivendo ha un senso, allora qualcosa si alleggerisce. Non il dolore in sé, ma il nostro modo di portarlo.
In quel passaggio sottile, quasi impercettibile, il dolore smette di essere solo una ferita e diventa anche un luogo di trasformazione.

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