Ho paura di volerti

“Ho paura di volerti.” Non perché il desiderio sia debole.
Ma perché, a volte, quando il desiderio è vero, mette in crisi tutto ciò che avevamo costruito per proteggerci.
Ci sono incontri che non fanno semplicemente compagnia: spostano gli equilibri interni. Ci obbligano a sentire quanto controllo avevamo scambiato per serenità, quanta distanza avevamo chiamato indipendenza.
In analisi capita spesso che una persona non soffra tanto per l’assenza dell’amore, quanto per la possibilità concreta di riceverlo.
Perché desiderare qualcuno significa esporsi a una mancanza. Significa riconoscere che l’altro può raggiungerci in un punto dove non siamo autosufficienti.
Ed è lì che nasce la paura.
Non la paura dell’altro in sé, ma di ciò che il desiderio dell’altro risveglia: dipendenza, bisogno, attesa, vulnerabilità.
Volere davvero qualcuno significa accettare che quella persona abbia il potere di toccare qualcosa che da soli tenevamo anestetizzato.
Per questo molte relazioni falliscono ancora prima di iniziare.
Non perché non ci sia sentimento, ma perché il sentimento rompe una certa organizzazione difensiva della vita.
Ci sono persone che riescono a tollerare benissimo il vuoto, purché resti conosciuto. Molto meno la possibilità di essere trasformate da un legame.
Il desiderio, nella prospettiva psicoanalitica, non è qualcosa che rassicura: è ciò che mette in movimento e, insieme, in crisi.
Il desiderio destabilizza. Toglie padronanza. Ci mette davanti a una verità difficile da accettare: abbiamo bisogno dell’Altro per accedere a parti di noi che da soli non riusciamo a raggiungere.
“Ho paura di volerti” allora non è soltanto una confessione amorosa.
È il punto preciso in cui il soggetto avverte che l’incontro con qualcuno potrebbe costringerlo a diventare meno difeso, meno controllato, meno solo.
E forse amare comincia proprio lì: non quando smettiamo di avere paura, ma quando decidiamo che quella paura non può più essere l’unica cosa a parlare al posto nostro.

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