Dare voce all’invisibile

All’inizio, quando una persona si affaccia a questo tipo di lavoro, non è raro che provi una certa apprensione. Mettersi a pensare a sé stessi insieme a un altro non è affatto scontato, e per molti rappresenta un’esperienza nuova, a tratti persino estranea. Non si tratta solo di parlare, ma di esporsi, e l’esposizione, quando non si è abituati, può spaventare.
Se però il percorso procede con il rispetto necessario, senza forzature e senza fretta, accade qualcosa che merita attenzione: si comincia a percepire una forma di accoglienza che non ha nulla di spettacolare, ma che ha una qualità precisa. È fatta di presenza, di continuità, di un ascolto che non interrompe e non corregge subito. In questa condizione, la paura non sparisce di colpo, ma lentamente si attenua.
Può allora succedere che l’analista venga percepito come qualcuno a cui affidare pensieri che, fino a quel momento, non avevano trovato un luogo. Non perché sia speciale, ma perché occupa una posizione che rende possibile questo passaggio. Ascolta, prova a comprendere, e soprattutto resta. E, mentre la persona parla, si accorge che dire a qualcuno ciò che prima era solo dentro di sé modifica già, in parte, ciò che viene detto.
Non sempre questo avviene in modo lineare. Ci sono situazioni in cui sembra di restare a lungo davanti a una porta chiusa, con l’impressione che qualcosa ci sia, ma non si mostri.
In questi momenti, forzare sarebbe un errore. Chi si sente già piccolo, confuso, assediato da sensazioni e pensieri che non riesce a ordinare, rischierebbe di ritirarsi ancora di più.
Preferisco, quando accade, restare nei dintorni, aspettando e seguendo senza invadere. A volte questo lavoro somiglia a un inseguimento discreto, fatto di avvicinamenti e ritiri, finché non si trova un punto in cui ci si può fermare senza spaventare.
È lì che, con una certa frequenza, emergono racconti attraversati da un tema ricorrente: il senso di non essere visti. Non nel senso concreto dell’essere ignorati in una stanza, ma in quello più profondo del non essere riconosciuti come persone. “Non mi nota nessuno”, mi viene detto. E, mentre lo si dice, si avverte quanto questa esperienza abbia inciso nel tempo.
Di fronte a questo vissuto, alcune persone provano a reagire rendendosi più visibili attraverso il comportamento. Si chiudono completamente, oppure al contrario assumono atteggiamenti che attirano l’attenzione. È un tentativo comprensibile. Ma, quando se ne osservano gli effetti, emerge una difficoltà: viene notato il comportamento, non la persona. Si corregge ciò che disturba, ma ciò che lo ha generato resta invisibile. (In linea con i fatti di cronaca di questi tempi)
In seduta, a volte, questo si ripresenta in forma diretta. Mi capita di sentirmi attraversato da un flusso continuo di parole che non cercano davvero un interlocutore. Come se il parlare fosse necessario, ma non ancora orientato a un incontro. In quei momenti cerco di interrogarmi su ciò che sto vivendo, perché spesso è una modalità con cui mi viene mostrato qualcosa di essenziale.
Altre volte compaiono elementi più concreti, come un rapporto difficile con il cibo. E, scavando con cautela, emergono frasi ascoltate nel tempo, ripetute fino a diventare quasi ovvie. “Con la pancia piena si ragiona meglio”. Ma cosa accade quando le parole dell’altro diventano troppo invasive, o non trovano un ascolto autentico? Anche il rifiuto può assumere forme indirette.
Il lavoro, a quel punto, consiste nel provare a dare spazio a ciò che non ha trovato parola. Non sempre è possibile subito. A volte sembra di parlare senza ricevere risposta, altre volte qualcosa appare e scompare. Poi, senza preavviso, arriva una frase più tenue, quasi trattenuta, che però contiene qualcosa di nuovo. È in questi passaggi che ciò che era invisibile comincia a prendere forma.
Serve tempo perché queste parole diventino “visibili”, dunque riconoscibili. Occorre sostare su di esse, tornarci, guardarle da più angolazioni. E, mentre lo si fa, accade qualcosa di curioso: non siamo solo noi a osservare le parole, ma sono anche loro, in un certo senso, a interrogare noi, chiedendoci di essere prese sul serio.
Quando questo processo prende corpo, l’esperienza cambia qualità. La persona comincia a sentirsi vista, non per ciò che fa, ma per ciò che è. E questo può essere, allo stesso tempo, sollievo e fatica.
Le emozioni si muovono, talvolta con intensità; le lacrime arrivano, in forme diverse, ma sempre con una funzione precisa: rendere dicibile ciò che fino a poco prima non lo era.
Dopo questi passaggi, spesso, lo sguardo cambia. Non perché tutto sia risolto, ma perché qualcosa è stato riconosciuto e può, finalmente, essere trattato con una certa cura.
È in questi momenti che il senso del lavoro si chiarisce. Non si tratta di produrre effetti rapidi, ma di rendere visibile ciò che, per troppo tempo, è rimasto fuori campo. Il resto, se deve accadere, seguirà.
E ogni volta, quando qualcuno suona alla porta, resta intatta una parte di incertezza: non so cosa verrà portato, né in quale forma. Ed è, in fondo, una delle poche condizioni che rendono questo mestiere sempre vivo.

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