Il coraggio di lasciarsi sorprendere

Mi è capitato, non molto tempo fa, di ascoltare una frase che, detta con una certa sicurezza, portava con sé un equivoco profondo: “Io so tutto di me”.
È una convinzione che incontro più spesso di quanto si pensi, e ogni volta mi fermo, perché dietro quella dichiarazione non c’è tanto sapere, quanto il bisogno di mettere un limite all’ignoto.
Ho risposto, con una cautela che non è prudenza ma rispetto, che ciascuno di noi conosce solo ciò che ha già detto di sé, ciò che ha già pensato, ciò che è già passato attraverso la parola; ma ciò che deve ancora emergere resta, per definizione, sconosciuto, perfino a chi parla.
E in questo senso, mi permetto di dire che anche chi ascolta, se lavora seriamente, non sa mai fino in fondo cosa accadrà nel pensiero che si costruisce insieme, perché ogni pensiero vivo ha una quota di sorpresa.
La sorpresa, però, non è benvoluta da tutti.
Anzi, spesso è temuta.
Quando una persona diffida delle sorprese, raramente si tratta di un capriccio.
Di solito è una conclusione, maturata nel tempo, a partire da esperienze in cui l’imprevisto ha coinciso con qualcosa di doloroso, di destabilizzante, di difficile da sostenere.
Le cosiddette “brutte sorprese” hanno questa caratteristica: arrivano senza preparazione, colgono di sorpresa, appunto, e mettono il soggetto in una condizione di impotenza.
Se questa esperienza si ripete, accade qualcosa di comprensibile, anche se problematico: la mente generalizza, decidendo che la sorpresa, in quanto tale, è pericolosa. E allora prova a difendersi eliminandola.
Ma eliminare la sorpresa significa anche eliminare una parte fondamentale dell’esperienza umana, chiudendo la porta non solo a ciò che può ferire, ma anche a ciò che può nutrire, ampliare, trasformare.
In questi casi, ciò che si osserva non è tanto una difesa dal dolore, quanto una sorta di disciplina interiore che impone al soggetto di non esporsi a nulla che non sia già noto.
Una vita così organizzata può apparire più sicura, ma spesso si paga con una riduzione della vitalità.
È come se, per evitare il rischio, si rinunciasse anche alla possibilità.
C’è poi un passaggio che considero decisivo: a un certo punto, la rinuncia alla sorpresa assume la forma di un principio: “Meglio non aspettarsi nulla di buono, così non si resta delusi”.
È una frase che suona come una forma di saggezza, ma che in realtà funziona come un divieto.
Un divieto di felicità.
Non è una scelta consapevole, né tantomeno libera, ma una soluzione trovata per sopravvivere a esperienze difficili. E come tutte le soluzioni nate in condizioni di necessità, ha avuto una sua funzione.
Il problema è che, col tempo, continua a operare anche quando non sarebbe più necessaria.
In analisi, non si tratta di convincere qualcuno ad amare le sorprese, né di smontare brutalmente le difese che ha costruito. Si tratta piuttosto di creare le condizioni perché possa fare un’esperienza diversa, in cui l’imprevisto non coincida automaticamente con il pericolo.
Questo richiede tempo.
E richiede qualcosa che oggi si nomina poco, ma che resta centrale: il coraggio.
Il coraggio non è assenza di paura, ma la possibilità di restare in contatto con ciò che accade, anche quando non lo si controlla del tutto.
Non è una dote innata, né un tratto eroico.
È una competenza che si costruisce, poco alla volta, attraverso esperienze che rendono tollerabile l’incertezza.
Se torniamo a quella frase iniziale, “Io so tutto di me”, possiamo forse leggerla in modo diverso.
Non come un’affermazione di conoscenza, ma come un tentativo di protezione.
Sapere tutto di sé significherebbe non essere più esposti a ciò che può sorprendere.
Eppure, è proprio lì che la vita continua a muoversi: in ciò che non sappiamo ancora di noi, in ciò che, se incontrato nelle condizioni giuste, può anche non far male.
E qualche volta, sorprendentemente, può perfino fare bene.

Lascia un commento