Siamo liberi, ma responsabili

Siamo liberi, ma responsabili.

Una frase semplice, almeno fino a quando non proviamo a prenderla sul serio.

Perché essere liberi non significa poter fare tutto ciò che desideriamo, così come essere responsabili non significa dover rispondere di tutto ciò che ci accade.

Tra questi due estremi si apre lo spazio, spesso scomodo, della nostra esistenza psichica.

Non siamo padroni assoluti di ciò che sentiamo. Non scegliamo sempre chi amare, ciò che ci ferisce, le paure che ci abitano o le difese che abbiamo imparato a costruire per proteggerci. Molte delle nostre reazioni affondano le radici in storie che abbiamo vissuto prima ancora di poterle comprendere, in legami che ci hanno insegnato cosa aspettarci dagli altri e in esperienze che hanno lasciato dentro di noi tracce difficili da riconoscere.

A volte, persino ciò che chiamiamo carattere è il nome che abbiamo dato a una difesa diventata familiare.

C’è chi si allontana proprio quando desidera essere raggiunto. Chi controlla perché teme di dipendere. Chi attacca per non sentirsi vulnerabile. Chi rinuncia a ciò che desidera, salvo poi rimproverare il mondo per non averglielo concesso.

Non sempre sappiamo perché facciamo ciò che facciamo. E non sempre ciò che facciamo coincide con ciò che, consapevolmente, vorremmo.

È qui che la libertà incontra il limite di ciò che ancora non sappiamo di noi stessi.

La psicoanalisi ci insegna che non basta conoscere le proprie intenzioni per conoscere davvero le ragioni delle proprie azioni. Possiamo raccontarci una storia convincente su noi stessi e, contemporaneamente, continuare a mettere in scena qualcosa che non riusciamo ancora a pensare.

Ripetere una relazione, scegliere sempre lo stesso tipo di distanza, ritrovarsi ogni volta nella medesima posizione di chi viene abbandonato, tradito o non riconosciuto: talvolta non è semplicemente una questione di sfortuna. Può essere il modo in cui una parte di noi tenta, senza saperlo, di tornare su qualcosa di irrisolto, nella speranza di ottenere finalmente un esito diverso.

Non scegliamo necessariamente la ripetizione. Ma possiamo, nel tempo, diventare più consapevoli di ciò che ci spinge a ripeterla.

Ed è proprio qui che la responsabilità assume un significato diverso da quello che siamo soliti attribuirle.

Essere responsabili non significa colpevolizzarsi per ciò che siamo, ma smettere di considerare inevitabile tutto ciò che facciamo.

Non siamo colpevoli delle ferite che abbiamo ricevuto, ma possiamo interrogarci su come quelle ferite continuino a “sanguinare”, organizzando il nostro modo di stare al mondo. Non siamo responsabili di ogni sentimento che ci attraversa, ma possiamo provare a comprendere che cosa ne facciamo. Non possiamo impedire a qualcuno di deluderci, ma possiamo chiederci perché alcune delusioni ci trattengano più di altre, o perché continuiamo a cercare proprio da chi non può darcela quella conferma di cui abbiamo bisogno.

Questo non significa che basti voler cambiare per riuscirci. Le difese non si dissolvono per decreto e le consapevolezze, da sole, non garantiscono una trasformazione. Ciò che ci ha protetti per anni può continuare a sembrarci indispensabile anche quando ha smesso di esserci utile.

Cambiare, talvolta, significa tollerare l’angoscia di non riconoscerci più nelle risposte che abbiamo sempre dato. Significa rinunciare alla sicurezza di un copione conosciuto, persino quando quel copione ci fa soffrire. Significa accettare che una possibilità nuova non ci restituisce immediatamente la rassicurazione di ciò che già sappiamo.

È un lavoro che richiede tempo, perché diventare più liberi non equivale a liberarsi del proprio passato, ma a impedire che sia soltanto il passato a decidere del nostro futuro.

Anche nelle relazioni questa responsabilità è fondamentale.

Possiamo desiderare qualcuno senza avere il diritto di possederlo. Possiamo amare senza pretendere che l’altro ripari tutte le nostre mancanze. Possiamo essere feriti senza trasformare necessariamente il dolore in una punizione. E possiamo riconoscere i nostri limiti senza utilizzarli come un’assoluzione preventiva: sono fatto così.

Quante volte, infatti, questa frase diventa una frontiera dietro cui ci nascondiamo? Una maniera per sottrarci alla fatica di scoprire che, forse, potremmo comportarci diversamente.

Conoscersi non significa giustificarsi. Significa comprendere da dove veniamo senza condannarci a restare dove siamo.

La libertà, allora, non è l’assenza di condizionamenti, né la possibilità illusoria di ricominciare ogni volta da zero. È la conquista graduale di uno spazio tra ciò che ci accade dentro e ciò che decidiamo di farne. Uno spazio piccolo, talvolta faticoso, nel quale una reazione può diventare una domanda, una certezza può incrinarsi e una ripetizione può finalmente essere riconosciuta.

Forse non saremo mai completamente liberi dalle nostre contraddizioni. Ma possiamo diventare un po’ meno inconsapevoli del modo in cui le abitiamo e le facciamo ricadere su chi ci sta accanto.

Perché la responsabilità non è il prezzo da pagare per essere liberi. È ciò che rende la libertà qualcosa di più di un semplice esercizio della nostra volontà.

Non abbiamo scelto tutto ciò che ci ha resi quello che siamo. Ma possiamo provare a non lasciare che sia soltanto ciò che abbiamo vissuto a decidere chi saremo.

Rispondi