Abbi cura di te, che io t’amo

«Abbi cura di te, che io t’amo. Così come avrò cura di me, sapendo d’essere amato.»

È un pensiero bellissimo, per me. Perché contiene un’idea dell’amore che va oltre il semplice prendersi cura dell’altro: l’amore come qualcosa che, mentre ci avvicina a qualcuno, ci restituisce anche a noi stessi.

«Abbi cura di te, che io t’amo» significa: non trascurarti, non dimenticarti di te per amare me. Non fare della tua rinuncia una prova d’amore, né del sacrificio di te stesso la misura della tua dedizione. La mia presenza nella tua vita possa essere, piuttosto, un invito a volerti bene, a riconoscere il valore che hai, anche quando fai fatica a riconoscerlo da solo.

Perché amare qualcuno non significa chiedergli di mettere da parte le proprie fragilità, i propri desideri, i propri bisogni. Significa anche desiderare che possa abitare la propria vita con maggiore gentilezza, senza sentirsi costretto a scegliere continuamente tra sé e l’altro.

E poi c’è l’altra parte, quella che forse mi emoziona ancora di più: «Così come avrò cura di me, sapendo d’essere amato».

Sapere di essere amati può cambiare il modo in cui ci trattiamo. Non accade necessariamente, né accade una volta per tutte. Le ferite che portiamo con noi, le voci interiori che ci giudicano, le convinzioni di non essere abbastanza possono continuare a parlarci anche quando qualcuno ci ama sinceramente.

Eppure, dentro un legame in cui ci sentiamo riconosciuti e accolti, può aprirsi uno spazio nuovo. Possiamo imparare, poco alla volta, a essere meno severi con noi stessi, a riconoscere i nostri limiti senza trasformarli in colpe, a concederci quella comprensione che spesso riserviamo agli altri e neghiamo a noi.

Come se l’esperienza di essere amati ci offrisse, nel tempo, la possibilità di interiorizzare uno sguardo diverso su di noi. Uno sguardo che non cancella le nostre imperfezioni, ma ci permette di non coincidere interamente con esse.

C’è una reciprocità preziosa in queste parole: non mi prendo cura di me al posto tuo, né di te al posto tuo. Non posso sostituirmi a te nel compito di abitare la tua vita, così come tu non puoi farlo con me. Posso, però, amarti in un modo che non ti allontani da te stesso. E posso lasciarmi amare senza sentire di dover rinunciare alla mia autonomia per meritare il tuo amore.

Mi prendo cura di me anche perché so che ci sei tu.

Non per delegarti la responsabilità della mia felicità, ma perché la tua presenza rende forse meno faticoso il mio stare con me stesso. Perché sapere di avere un posto nel cuore di qualcuno può aiutarci a sentirci meno soli anche quando siamo chiamati ad affrontare ciò che ci appartiene.

L’amore, allora, non è sacrificare se stessi sull’altare dell’altro. Non è smarrire i propri confini per dimostrare di esserci. È poter andare incontro a qualcuno senza doversi abbandonare, poter restare vicini senza smettere di essere due persone distinte, capaci di riconoscersi nella propria irriducibile individualità.

Forse è proprio qui che l’amore incontra una delle sue forme più mature: non nel bisogno di essere tutto per l’altro, ma nel desiderio che l’altro possa continuare a essere se stesso, anche dentro la relazione.

Non chiederti di vivere per me. Non chiedermi di vivere soltanto per te.

Ricordiamoci, piuttosto, che meritiamo entrambi di prenderci cura delle nostre vite. Che possiamo sostenerci senza sostituirci, proteggerci senza trattenerci, amarci senza fare della nostra vicinanza una rinuncia a ciò che siamo.

E che, qualche volta, la più grande dichiarazione d’amore non sia promettere all’altro che non gli mancherà mai nulla, ma dirgli, con la delicatezza di chi desidera il suo bene:

Abbi cura di te, che io t’amo.

Così come avrò cura di me, sapendo d’essere amato.

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