Prima di poter pensare qualcosa, abbiamo bisogno, innanzitutto, di sentirla.
Sembra un’affermazione semplice, quasi ovvia. Eppure, se ci soffermiamo un momento, ci accorgiamo di quanto spesso cerchiamo di fare esattamente il contrario: pensare per non sentire.
Cerchiamo spiegazioni, mettiamo in ordine gli eventi, ricostruiamo le cause, cerchiamo una logica che ci consenta di comprendere ciò che ci sta accadendo. Come se capire fosse sufficiente a non soffrire. Come se trovare le parole giuste potesse risparmiarci il contatto con quelle emozioni che, ancora prima di essere pensate, ci abitano.
Ma il pensiero, quando arriva troppo presto, rischia di diventare una difesa.
Possiamo sapere perfettamente perché una relazione è finita senza aver ancora cominciato a sentirne la perdita. Possiamo riconoscere l’origine della nostra rabbia senza concederci di provarla. Possiamo spiegare con straordinaria lucidità le ragioni della nostra paura e continuare, tuttavia, a esserne prigionieri.
Sapere qualcosa di sé non significa necessariamente averla elaborata.
Tra il sentire e il pensare esiste uno spazio delicato, nel quale l’esperienza emotiva cerca una forma, una rappresentazione, una possibilità di essere tollerata senza dover essere immediatamente espulsa, negata o trasformata in qualcos’altro.
È uno spazio nel quale non sempre sappiamo cosa ci stia accadendo. A volte avvertiamo soltanto un’inquietudine, un nodo alla gola, una rabbia senza parole, una tristezza che non sembra avere una ragione sufficiente. Qualcosa ci attraversa prima che riusciamo a riconoscerlo come nostro.
È proprio qui che il lavoro psichico può avere inizio.
Non nel tentativo di imporre immediatamente un significato a ciò che sentiamo, ma nella possibilità di sostare accanto a quell’esperienza, lasciandole il tempo di diventare pensabile.
Bion ci ha aiutato a comprendere quanto sia fondamentale questa trasformazione: perché un’emozione possa essere pensata, deve poter trovare uno spazio in cui essere accolta, contenuta e trasformata in qualcosa che la mente possa elaborare.
Non si tratta, dunque, di contrapporre il sentire al pensare, ma di riconoscere che un pensiero davvero capace di trasformarci non può prescindere dall’esperienza emotiva da cui nasce.
Forse, allora, una parte del nostro percorso consiste proprio nell’imparare a non avere sempre fretta di capire.
A tollerare di non sapere ancora. A non riempire immediatamente ogni silenzio con una spiegazione. A riconoscere che alcune verità interiori non si lasciano raggiungere attraverso la sola intelligenza, perché chiedono prima di essere attraversate.
In fondo, pensare non significa soltanto trovare una spiegazione a ciò che ci accade, ma diventare capaci di sentire ciò che, fino a quel momento, non riuscivamo a pensare.
E forse è proprio lì, in quel passaggio fragile e tutt’altro che scontato, che cominciamo a essere un po’ più liberi.
È anche in questo spazio che prende forma il lavoro analitico: non tanto nel dare al paziente una risposta, quanto nel costruire insieme le condizioni perché possa avvicinarsi a ciò che ancora non riesce a sentire e dare un pensiero a ciò che, fino a quel momento, non ne aveva uno.
Forse il pensiero è come una luce che si accende in una stanza rimasta a lungo al buio. Ma prima che quella luce possa illuminare ciò che vi è custodito, occorre avere il coraggio di entrarvi, di sostare nell’ombra, di lasciarsi toccare da ciò che ancora non riusciamo a vedere.
Perché non possiamo davvero pensare ciò da cui continuiamo a difenderci sentendolo il meno possibile.
A volte, per cominciare a vedere dentro di noi, dobbiamo prima avere il coraggio di sentire il buio.