Le rogne dell’amore

“Tutto quello che comporta l’amore sono delle rogne.”

Me lo dice un paziente con la concretezza di chi sembra aver già emesso una sentenza.

Le “rogne” sono ciò che arriva insieme all’amore e che dell’amore, spesso, non vorremmo sapere nulla: l’attesa di una risposta, la paura di perdere l’altro, la gelosia, il bisogno, il compromesso, la necessità di fare i conti con desideri che non coincidono, con parole che possono ferire e con silenzi che possono farlo ancora di più.

Come se amare significasse accettare un contratto di cui conosciamo soltanto una parte: desideriamo l’incontro, l’intimità, la vicinanza; molto meno volentieri accettiamo tutto ciò che quella vicinanza inevitabilmente comporta.

Perché l’amore ci espone.

E forse è proprio questa la sua “rogna” principale.

Quando amiamo, investiamo libido su un oggetto, e l’altro smette di essere semplicemente un altro. Diventa qualcuno capace di modificare il nostro equilibrio psichico, di farci stare bene ma anche di farci stare male, di confermarci e insieme di metterci in discussione. Gli consegniamo, almeno in parte, un potere su di noi che normalmente cerchiamo di conservare gelosamente. Già Freud osservava che non siamo mai così privi di protezione di fronte alla sofferenza come quando amiamo: l’oggetto d’amore è anche, inevitabilmente, l’oggetto la cui perdita temiamo.

Da questo punto di vista, molte delle difficoltà che incontriamo nelle relazioni non riguardano soltanto l’altro. Riguardano il rapporto che ciascuno di noi ha con la propria vulnerabilità, e con l’ambivalenza che ogni legame porta con sé: amore e ostilità, infatti, possono convivere verso la stessa persona.

C’è chi cerca di non avere bisogno di nessuno.
Chi trasforma ogni bisogno in una pretesa.
Chi si allontana proprio quando sente di essere diventato importante per qualcuno.
Chi provoca una crisi quando la relazione comincia a funzionare, quasi fosse necessario introdurre una distanza prima che l’intimità diventi troppo pericolosa, o ripetere una scena già conosciuta, perché ciò che si ripete, per quanto doloroso, è almeno familiare.

In fondo, potremmo assimilare l’amore a una condizione impossibile: che non ci faccia dipendere da nessuno, che non ci esponga alla perdita, che non ci costringa a cambiare, che non ci faccia soffrire.

Ma un amore senza rischio sarebbe forse soltanto una forma particolarmente sofisticata di solitudine.

La psicoanalisi ci ha insegnato a guardare con attenzione proprio a questi punti di contraddizione: a ciò che diciamo di volere e a ciò che, contemporaneamente, facciamo per impedirci di ottenerlo. È il modo in cui il conflitto psichico si organizza in compromesso, e il desiderio e la difesa trovano un accordo che ci costa caro.

Perché qualche volta non è l’amore ad essere una “rogna”.

È ciò che l’amore viene a disturbare dentro di noi.

Le nostre difese.
Le nostre certezze.
La fantasia di bastare a noi stessi, quell’onnipotenza narcisistica che ci illude di non dover mai dipendere.
L’illusione di poter controllare ciò che proviamo.

Forse amare non significa trovare qualcuno che ci risparmi tutte queste rogne.

Significa incontrare qualcuno davanti al quale, almeno qualche volta, siamo disposti a correre il rischio di averne.

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