Il vaso di coccio

«Essere un vaso di coccio costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro».

La metafora manzoniana è rimasta nella lingua comune perché nomina qualcosa che, prima ancora di essere una condizione oggettiva, può diventare una precisa esperienza psichica: quella di sentirsi più fragili degli altri, più esposti agli urti, meno attrezzati a sopportare ciò che la vita sembra chiedere.

Non sempre chi si sente un vaso di coccio lo è davvero.
A volte è proprio questo il punto.

Ci sono persone che attraversano il mondo con la sensazione di essere continuamente a rischio di rompersi. Un giudizio, un rifiuto, una critica, un confronto, perfino un piccolo fallimento possono assumere il peso di un urto che gli altri sembrano invece poter assorbire senza conseguenze.

E allora il problema non è soltanto ciò che accade fuori. È anche il modo in cui, dentro di sé, si è imparato a percepire la propria consistenza.

Il confronto con gli altri può diventare così un tribunale permanente: gli altri appaiono più forti, più sicuri, più capaci, più desiderabili, più autorizzati a stare al mondo. Noi, al loro cospetto, ci sentiamo fatti di un materiale diverso.

Il ferro degli altri e il nostro coccio.

In questa esperienza può esserci qualcosa che appartiene alla storia più antica del soggetto. Il bambino non possiede inizialmente una misura autonoma di sé: ha bisogno dello sguardo dell’altro per riconoscersi, per sentirsi sufficientemente importante, sufficientemente amabile, sufficientemente capace. Quando lo sguardo che dovrebbe restituirci un’immagine di noi è stato distratto, o preoccupato soprattutto di sé, il bambino impara presto a occuparsi di quello sguardo: a sorvegliarlo, a compiacerlo. E qualcosa della propria fragilità, nel frattempo, resta senza qualcuno che la accolga.

Può rimanere, nell’adulto, una domanda che non smette di ripetersi:

«Sarò abbastanza resistente per stare insieme agli altri?»

Da qui può nascere una particolare forma di vulnerabilità. Non necessariamente la fragilità di chi non sa affrontare le difficoltà, ma quella di chi deve continuamente dimostrare a se stesso di poterle affrontare. E così la vita può trasformarsi in una lunga prova di resistenza.

Bisogna essere forti, non mostrarsi troppo sensibili, non avere bisogno, non lasciarsi ferire.
Non sbagliare.

Come se il compito fosse quello di diventare finalmente un vaso di ferro. Eppure il ferro, a ben guardare, non è assenza di fragilità: è un modo di custodirla. Chi si fa di ferro non smette di temere l’urto, smette di mostrarlo. E spesso paga questa sicurezza con una solitudine che non sa nominare.

Forse la questione psichica più interessante non è diventare più duri. È poter scoprire che essere di coccio non significa necessariamente essere destinati a rompersi.

Una psicoanalisi non costruisce un Io invulnerabile. Non trasforma il soggetto in qualcuno che non teme più il giudizio, il rifiuto o la perdita. Può accadere, invece, che una crepa mostrata a un altro non produca il crollo temuto. È un’esperienza semplice da descrivere, e raramente semplice da vivere: molto di ciò che chiamiamo cambiamento passa da qui. Si impara così a riconoscere la propria vulnerabilità senza esserne completamente definiti.

Perché c’è una differenza profonda tra sentirsi fragili e sentirsi soltanto fragili.

Nel primo caso la fragilità è una parte dell’esperienza di sé, accanto ad altre. Nel secondo diventa un’identità: tutto ciò che accade viene letto attraverso di essa.

E forse è proprio qui che il paragone manzoniano può essere rovesciato. Non siamo necessariamente condannati a viaggiare nella vita chiedendoci come proteggere il nostro vaso dagli altri vasi di ferro. Possiamo anche imparare che non tutto ciò che ci urta ci rompe, che alcune crepe possono essere attraversate, riparate, integrate; e soprattutto che il nostro valore non dipende dal materiale con cui immaginiamo siano fatti gli altri.

A volte, dietro la fantasia di essere troppo fragili per il mondo, c’è una domanda ancora più profonda:

chi sarei, se non dovessi più dimostrare di essere forte per sentirmi degno di stare tra gli altri?

Forse non si tratta di diventare di ferro.

Forse si tratta di poter finalmente abitare il proprio coccio senza vergognarsene.

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