Perché il negativo ci riguarda più da vicino. O, almeno, il nostro apparato psichico lo vive così.
Dal punto di vista evolutivo, prestare attenzione a ciò che minaccia la sopravvivenza è sempre stato più utile che soffermarsi su ciò che è piacevole. Un rumore sospetto nella notte conta più di un tramonto bellissimo. Ma la spiegazione biologica, da sola, non basta a rendere conto di quanto il negativo si incolli a noi.
Psicoanaliticamente, il negativo ha più leva perché lavora sulla mancanza — e la mancanza, per Freud, è il motore stesso del desiderio. Il positivo appaga, chiude un circuito; il negativo lascia una tensione irrisolta, e ciò che resta irrisolto continua a esigere lavoro psichico. È lo stesso principio che regge la coazione a ripetere: non torniamo su ciò che ci ha fatto stare bene, torniamo su ciò che non abbiamo saputo elaborare.
C’è poi una ragione più intima, legata al narcisismo. Una critica pesa più di dieci complimenti non perché sia “più vera”, ma perché incrina l’immagine che il nostro Io si è costruito per reggersi — quella che Freud chiamava l’investimento libidico su di sé. Un rifiuto si imprime più a lungo di molte accettazioni perché riattiva una ferita più antica, preverbale: non essere abbastanza, non essere scelti, non essere amabili per come si è. Il complimento conferma un’immagine già posseduta; la ferita ne mette in discussione il fondamento — ed è per questo che lavora più a fondo.
Mi capita spesso, in seduta, di osservare pazienti che ricordano con precisione chirurgica una singola frase detta da un genitore vent’anni prima, mentre faticano a nominare un solo momento di riconoscimento ricevuto nello stesso periodo. Non è selettività della memoria: è che la ferita ha continuato a richiedere elaborazione, mentre la conferma, una volta ricevuta, si è semplicemente depositata.
Il negativo, inoltre, mobilita il desiderio più del positivo perché ne segue la struttura: il desiderio, in psicoanalisi, non nasce da ciò che si ha ma da ciò che manca. Ciò che sfugge, ciò che non si lascia afferrare, produce tensione psichica — e la tensione trattiene attenzione. Per questo la sofferenza “vende” più della serenità: la serenità non chiede interpretazione, il dolore sì. Nel dolore riconosciamo qualcosa di universale, un lavoro del lutto in corso con cui possiamo identificarci.
C’è infine un’asimmetria nel funzionamento stesso dell’apparato psichico: il positivo richiede presenza — per gioire bisogna riuscire ad abitare il momento, un atto egoico che comporta sforzo. Il negativo, invece, cattura automaticamente: non serve elaborazione per essere trascinati, serve elaborazione per uscirne.
Ed è forse qui il nodo più difficile del lavoro clinico: il bene parla sottovoce e richiede un Io capace di accoglierlo; il male, ahinoi, non ha bisogno di essere accolto — si impone da sé.