C’era un “forse” per un futuro possibile

C’era un “forse” per un futuro possibile.

Non una promessa, non una certezza, ma un margine. Il “forse” è uno spazio psichico scomodo perché non protegge come il “no” e non rassicura come il “sì”. Tiene, invece, aperto. E proprio per questo espone.

Nella clinica, spesso, è lì che qualcosa si gioca davvero: non nella decisione, ma nella sospensione. Perché il “forse” obbliga il soggetto a restare in contatto con il desiderio, senza poterlo chiudere né nell’illusione né nella rinuncia. Molti lo evitano, cercando rapidamente un sì, anche forzato, o un no che metta fine all’incertezza. Non per scelta, ma per difesa, perché il “forse” riattiva qualcosa di antico: l’esperienza di non sapere se si sarà scelti, se si sarà visti, se si sarà amati.

E allora si preferisce perdere una possibilità piuttosto che tollerare l’attesa che la accompagna. Ma ogni possibilità reale passa da lì. Da quella soglia fragile in cui nulla è ancora deciso e proprio per questo tutto è ancora vivo.

Forse crescere psichicamente non è imparare a dire sì o no al momento giusto.

È riuscire a restare, almeno un po’, dentro un “forse” senza scappare.

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